Politica dell’arte

Il tempo della cancellazione È complesso dire cosa sia l’arte o da cosa nasca. I saperi costituiti non ci sono d’aiuto e per quanto si pensi che oggi un artista, in particolare una star del pop, possa essere costruito a tavolino, alla fine la sua comparsa, e ciò che egli è capace di fare, è sempre qualcosa che assomiglia ad un vero e proprio evento.

Non sono certo tra quanti sostengono che l’arte sia ogni volta vittima di un’ideologia dominante, che l’arte contemporanea sia cioè specchio della natura mercantile della nostra società. Né tuttavia sono tra coloro che ritengono l’arte capace di non essere contaminata da un’ideologia.

Sono convinto, invece, che il senso dell’arte vada cercato nella nudità.

Può apparire certo strano.  Ma se l’arte si fa carico di un’ideologia, ebbene, non può che esporla, ovvero metterla a nudo. Denunciarla, liberarla dall’occulto. L’arte è quanto di più distante vi sia dall’occulto. Dall’occultato, dal celato. Il senso dell’arte è la nudità, l’esposizione. Se essa si fa carico di un sentimento, non può che esporlo, offrendolo scandagliato, visto da un punto che nemmeno si credeva possibile.   

 

La verità è che dell’arte non si è mai pensato fino in fondo il senso, ovvero la sua esposizione. L’arte non fa che esporre. Ma noi, ormai permeati dal desiderio di sicurezza indotto dalla politica dominante, ci interessiamo all’esposizione come se essa fosse qualcosa da negare. L’unica esposizione che riferiamo all’arte è spesso quella museale. Ovviamente, si tratta in questo caso della negazione dell’esposizione, ovvero di un’esposizione disinnescata. Inoffensiva. L’arte, invece, è pura potenza di esposizione.

E vi è una natura profondamente politica dell’esposizione intesa come offerta di sé, come spossessamento e rischio. Un gesto immortale, che non ha niente a che fare con una mitica eternità, ma piuttosto con un essere contro la morte, contro ciò che ci fa morire credendo di farci semplicemente vivere.

Ho sempre sostenuto nella mia produzione teorica, ancora modesta e decisamente in itinere, che l’arte esprima una propria politica, che sia capace di una politica. Una politica di segno opposto a quella che innalza la sicurezza a valore supremo. Ovvero una politica che non libera dalla “cura” politica, dalla cura di ciò che ci circonda. Sicurezza, infatti, non vuol dire altro che sine cura, senza cura.

I “cosiddetti” cittadini possono stare tranquilli: devono piuttosto mandare avanti il meccanismo che fa cedere i nostri più autentici desideri, perché desiderare è pericoloso. Ci espone. Chi pensa alla nostra sicurezza vigila sul nostro rapporto con le cose, che deve essere quello dell’incuranza, dell’indifferenza. L’arte, invece, quando è all’altezza del suo senso, ci dice che vi è certo un altro modo di vivere, più attento, fatto di dedizioni, di esposizioni.   

Nel bellissimo film The Dreamers di Bertolucci, si sente dire da uno dei protagonisti “una petizione è una poesia e una poesia è una petizione”. Un’affermazione che, alla luce di quanto finora detto, sento pienamente di condividere.

(abstract della relazione tenuta al convegno L’artista è necessario alla società? presso il Lanificio 25  di Napoli il 16/05/08)

~ di ariemma su gennaio 5, 2009.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: