Il senso dell’esposizione: la sentenza di Nietzsche “Dio è morto”

La sentenza di Nietzsche “Dio è morto”, che chiude filosoficamente l’Ottocento, ma che apre, nello stesso tempo e in modo decisivo, il secolo appena trascorso, dice l’esposizione assoluta.

Non dunque, come Heidegger ha avanzato nella sua monumentale esegesi del testo nietzscheano, un passaggio di sovranità: al posto di Dio si insedierebbe l’uomo, figlio e diretto successore, con la sua tecnica diabolica e la sua volontà di dominio.

La sentenza, implicitamente, contiene invece un senso profondo: se Dio è morto, ogni cosa è esposta. Se anche lui può morire, nessuna cosa è assolutamente al riparo. L’originalità della sentenza sta, inoltre, nel fatto che tale esposizione non venga inserita in alcun telos, in alcun progetto. Non si parla, qui, del Dio morto per l’uomo, bensì morto. Assolutamente.

Una caratteristica portante del pensiero filosofico da Platone fino a Hegel è quella di pensare attraverso l’esposizione. È il movimento fondamentale della sua esperienza: uscire fuori per tornare in sé, e in tal modo crescendo, poiché qualcosa del fuori lo si deve pure portar dentro. È il bottino dello Spirito. La sua essenza è questa razzia.

Si pensa, e in generale si vive, attraverso l’esposizione, senza che, tuttavia, degna attenzione venga rivolta a questo fatto fondamentale. Siamo esposti, ma non ne sappiamo nulla. Fino a Nietzsche.

Perché se resta in piedi un che di intatto, di perfetto, ogni esposizione verrà sempre vista nell’ottica di un’ultima garanzia. Di qualcosa che ci assolva dal nostro continuo essere esposti.

Il Novecento si apre così nel segno di un pensiero abissale, di un pensiero dell’esposizione. Se il senso fondamentale della filosofia occidentale – la sua direzione, la sua tendenza – è stato quello di confinare l’esposizione della negatività, un’altra possibilità di senso avvia invece questo secolo, che rende giustizia proprio alla parola ‘senso’, poiché restituisce l’apertura, la sua intrinseca sensualità.

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~ di ariemma su gennaio 9, 2009.

22 Risposte to “Il senso dell’esposizione: la sentenza di Nietzsche “Dio è morto””

  1. per Ariemma
    La tua tesi che “un’altra possibilità di senso avvia invece questo secolo, che rende giustizia proprio alla parola ‘senso’…”, mi induce ad una riflessione:
    … il logos (totalmente umano dopo Nietzsche) non trova fondamenti e tutele ed il suo “senso” risiede (dato epistemico) nella sua “insensatezza”, nei suoi perchè senza risposta, in quel domandare (Heidegger) a cui corrisponde solo l’eco del domandare stesso, per cui il mito di Narciso con ls sua immagine riflessa, che non rimandando più al trascendente, diviene la questione esistenziale di fondo (ontologica) dell’essere “uomo”.

  2. la tua riflessione spinge anche me a farne un’altra: non è il senso che diviene insensato, piuttosto esso si allarga, diventa più che significato. Non diventa più il rivolgersi indietro verso un immutabile, una verità data, ma l’apertura stessa al mondo e alle cose. Il senso diventa esposizione, un “verso”. Suggestivo il tuo richiamo a Narciso, anche se io sceglierei la sua prima parte, dove compare la ninfa Eco, e con essa la risonanza. Il senso, come lo intendo io, è piuttosto un sentire. E ogni sentire è innanzitutto un risuonare.

  3. Il tuo “riflettere”, che origina dal mio “riflettere” (gioco di specchi che rimanda all’infinito a colui che è riflesso, che è uno e molti allo stesso tempo), che enuncia: “… Il senso, come lo intendo io, è piuttosto un sentire. E ogni sentire è innanzitutto un risuonare…”, mi stimola un ulteriore “rimpallo” : visto che il risuonare pre-suppone una pluralità di soggetti e che, quindi, è conseguenza di un rapporto inter-soggettivo empatico, di un “comune sentire”, possiamo noi
    inferire che il “senso” delle cose nasce e muore nel perimetro umano che le percepisce e le con-divide con altri, senza alcun rimpallo extra-territoriale (divino)?
    E questo “senso”, in tal guisa postulato, non è forse “umano, troppo umano” e, quindi, “in-sensato” per le stelle che “stanno a guardare” ?

  4. @calimero: Non posso che riflettere ancora anch’io. Sì, condivido il fatto che un senso così pensato escluda l’extra-terreno, ma ancora questo senso non è un significato, è l’apertura dell’umano che incontra l’apertura delle cose. Perchè anche le cose hanno un senso, un risuonare, un rimbombo in altro. Il senso è il “verso” delle cose, il loro farsi largo. Poesia del mondo

  5. @Tommaso
    il “risuonare” delle cose pre-suppone un “suono” originario che le induca a “ri-suonare”. Il “ri-suono” è “con-divisione” di e-mozioni pro-poste, offerte alla sensibilità dell’essere dotato di funzionalità atte alla “vibrazione”. Vibrare-in-sintonia ri-chiede un comune-sentire, una comunità di senso/sentimento, un assenso empatico che trova in questa “comunanza” tutta la sua significatività. Ovviamente tutta terrena/biologica. Finalizzata alla con-servazione della Specie (homo sapiens sapiens e non).

  6. @calimero: Non credo che un suono originario preceda un risuonare. Al contrario. Porre il risuonare come originario significa che il mondo ha sempre già cominciato. Dio si nasconde sempre nell’inizio. E la morte di Dio significa morte dell’inizio “originario” e l’emergenza della ripetizione. Nulla precede la ripetizione. Quello che si chiama “originario” è accessibile e pensabile sono nella ripetizione, essenso l’originario un “ripetuto”. La ripetizione è il paradossale originario. Sono d’accordo sul senso comune, ma che non investa solo l’umano. Nessuna conservazione della Specie, semmai “esposizione”:)

  7. Squisito…

    PS: ciao professò

  8. @Giulio: Carissimo, grazie della visita. Salutami tutti! Ps: pubblicizza il blog!:)

  9. @Tommaso
    il “ri-suonare” (plurale) è la con-seguenza di un suono (singolare) che pre-cede. Alle “origini”, per la cosmologia scientifica, esisteva solo una “singolarità” infinitesimale con massa pari a 10 alla -33 … Questo dvrebbe essere l'”episteme” da cui inferire “ipotesi” filo-sofiche.
    Per rispondere alla tua, pur breve riflessione (seria), occorrerebbe procedere alla stesura di una “tesina” di almeno un centinaio di pagine (cosa improponibile in questo contesto).
    I limiti dia-logici del blog risultano evidenti. Il caso in questione è paradigmatico.

  10. @Calimero: tu scrivi “Il ri-suonare è la con-seguenza di un suono (singolare) che pre-cede” Questo assunto non è condivisibile all’interno della filosofia dell’esposizione. Perchè essendo l’espozione la cosa originaria, salta tutta la logica dell’origine. Mi spiego meglio: non c’è suono senza risonanza. e non è vero il contrario. Il suo è sempre già suonato per essere tale. Se c’è qualcosa di originario, c’è, in un certo senso, ancora Dio.

  11. @Tommaso
    la questione è complessa:
    se l’ex-porsi è un’intenzionalità, una pre-disposizione della coscienza, non può essere la “cosa originaria”, in quanto nello stato pre-umano dell’ entità “natura” le “vibrazioni” sussistevano come “segnali originari”, che, diffondendosi, pro-vocavano una “possibilità” di risposta: secondo una teoria della fisica contemporanea il passaggio dalla materia inorganica a quella organica fu la conseguenza di una vibrazione che ottenne risposta (la sventurata rispose) …
    Io propongo il termine “ri-sonanza” come re-azione rispetto ad un’azione precedente, mentre tu parli di suono che (anche) ri-suona (identità di suono e risonanza); basta intendersi …
    Dio è morto e la “natura” si offre solo come un’eterna ri-proposizione di sè stessa (circolarità/eterno ritorno); ipotesi che la stessa scienza propone come “epi-steme” (provvisorio)…
    Il fondamento “originario” dell’essere ri-siede nel suo “eterno” divenire (dalla singolarità alla pluralità degl’enti(esplosione), dalla pluralità alla singolarità (implosione): un eterno “giro di giostra” … finchè morte non ci separi.

  12. Se la filosofia dell’esposizione, traghettandoci nella contemporaneità, ci racconta che “nessuna cosa è assolutamente al riparo” e che ,quindi, non esiste “tutela” rispetto al divenire, allora ci racconta di quel terrore originario che nessuna filosofia può ormai più mitigare. E’ l’ultimo inganno da smascherare. Si intravede l’abisso più radicale.
    Direbbe Nietzsche: “Fratelli vi annuncio la buona novella: Dio è morto e, con lui, sorella filosofia”.
    Ad ogni cadavere occorre dare onorata sepoltura. Non sforziamoci di riesumare ciò che non può più essere riesumato. Il logos non può conoscere e si deve arrendere all’insensatezza. Tutto il resto è solo auto-gratificazione narcisistica. Un modo per “passare la nottata”.

  13. @Calimero: Non posso concordare con quanto dici, anche perchè mi sembra non fondato. In questo post, come pure nei miei libri, tento di far vedere come la filosofia dell’esposizione offra nuovo senso alla filosofia, anzi le offra proprio “il senso”, l’apertura, la nudità. Le mie ricerche indagano l’arte, la politica, la sensibilità, in un modo nuovo, seguendo precisi percorsi di pensiero. Che dicono che la filosofia è possibile. Anzi, che mai come oggi la filosofia è possibile. Se Dio è morto, la filosofia può finalmente vivere, perchè non deve più pensarlo, o, se lo pensa, lo deve pensare nei temini della sua esposizione: l’incarnazione cristiana, come tutto quello che accade nel suo nome. Su molte cose dunque non ci troviamo, ma il disaccordo ci espone l’uno all’altro.
    Ps: non esiste suono originario.

  14. @Tommaso
    parto dal tuo enunciato:
    la filosofia dell’esposizione offre nuovo senso alla filosofia, anzi le offre proprio “il senso” …
    Quando “indaghi” l’arte, la politica, la sensibilità, indaghi le rappresentazioni della mente/cuore, le “produzioni” di senso che originano dall’io ovvero il kosmos che la soggettività conduce fuori dal caos inquietante e, quindi, il “senso” che trovi non è il senso che le “cose” ti offrono, nel loro ex-porsi” (le cose in sè), ma il senso che la tua soggettività pre-giudizialmente pro-pone ed anticipa.
    Il punto cruciale è : quando cerchiamo un “senso”, l’oggetto del nostro cercare non è forse già un “dato” asso-dato, pre-dato e, quindi, ininfluente rispetto alla nostra ricerca ? Non è forse un’aporia ovvero un passaggio immaginario ?
    La filosofia non viene tragicamente soffocata quando entra in questo circolo vizioso? Dio che si espone nell’incarnazione non è forse solo un’ “ideazione”, che si offre allo sguardo come “originaria”, mentre, in realtà, è solo una proiezione della mente
    che gratifica sè stessa, davanti ad uno specchio (Narciso/Arte)?
    Ps.:”non esiste suono originario” non dovrebbe essere un dogma ma solo un’ipotesi …
    Mi ex-porrei volentieri con te per un dia-logos di lungo respiro; la cosa potrebbe fruttificare, in riferimento alla qualità del mio inter-locutore.
    Un caro saluto.

  15. @Tommaso
    Mi spiego meglio.
    l’interpretazione,da parte di un qualunque osservatore,di un oggetto/tema (oggettivazione come procedura cognitiva), che si ex-pone alla visione/riflessione, si costituisce in radice come in-significante in sè, perchè il suo significato viene de-dotto integralmente dalla “weltanschauung” del soggetto percepiente …
    E’ illusorio pensare che la “nudità” dell’oggetto, sotto-osservazione perchè si ex-pone, e la mancanza di pre-giudizio da parte dell’osservatore (epoché) possano dis-velare un’essenza “originaria” .
    Di conseguenza l’oggetto (qualunque oggetto/concetto/idea) muore concettualmente, nel senso che non potrà mai dis-chiudersi ad un senso, intrinsecamente correlato. La deriva di ogni oggetto è l’insignificanza, in quanto oggettivazione di una soggettività, che, guardando l’altro da sè, in realtà produce (pòiesis) solo sè stessa (lo specchiarsi di Narciso).
    A questa aporia non può sfuggire la filo-sofia, che, di conseguenza, non riuscirà mai ad accedere alla conoscenza degli oggetti su cui indaga. Questo era il convincimento di Nietzsche, che dis-velando l’inganno, decretava la morte del pensiero occidentale e ci invitava ad abitare il corpo vivente, abbandonando l’anima al suo destino.
    A presto.

  16. @Calimero: Preciso anch’io meglio i concetti, perchè forse le tue osservazioni si concentrano su posizioni altre. Ciò che chiamo senso non è riducibile al significato. Per senso intendo l’apertura comune sia a ciò che si chiamano i cinque sensi sia a ciò che si chiama “il dare senso”. Ciò che che io chiamo senso non è riducibile alla sue modalità. Con la morte di Dio, cioè a partire dal pensiero di Nietzche, si ha un eccesso del senso sul significato, ovvero si ha un eccesso dell’esposizione sulla posizione. Diviene in un certo senso evidente. Quello che Nietzsche chiama “evidenza del divenire” e che fa tutt’uno con il senso, come io lo intendo, cioè con l’espoizione non più asservita a un dato(concordo con quanto dici sull’oggetto). Pertanto, le tue osservazioni in merito alla significazione, non colgono la questione del senso come esposizione. Che, come si può desumere dai commenti sopra, non è solo umana, nè soggettivo personale. E’ sottinteso, poi, che le mie tesi sono sempre ipotesi, e questo proprio alla luce dell’esposizione a cui nemmeno delle tesi possono sottrarsi. Esse si espongono sempre ad essere confutate. Il senso dell’esposizione sta tutto nell’avvenire. Non credo infine, che ci troviamo sotto il dominio di Narciso. Anzi. Nulla di più confutabile.

  17. @Tommaso
    Dunque tu dici, se bene intendo: il “senso” per la filosofia dell’esposizione è “apertura di senso” ontologica, disponibiltà radicale (un “a priori” esistenziale) ad “accogliere i significati” che pre-suppone un’attesa, una latenza (il deserto dei tartari) perche gli ospiti attesi sono sempre al di là di qualunque posizione sematica consolidata: futuro profetizzato, che potenzia (eccesso) la struttura percettiva e pre-dispone l’animo.
    Se questo è il “dato”, potrei inferirne che l’io che si contempla allo specchio non “vede” l’immagine di sè e, quindi, il desiderio diviene struggente e “tutto il senso” sta in quello struggimento che non può con-cludere?
    Aspetto lumi.
    Ciao

  18. @Calimero: Chi si guarda allo specchio, per usare un esempio che fai spesso, intuisce subito la sua esposizione. Ci può essere una contemplazione in questo guardarsi, come pure si può cadere nella patologia. Ma non necessariamente. La cosa necessaria è l’essere esposti all’altro. Nello specchio, all’altro come sè (e viceversa, a sé come altro). Eventuali significati, sono appunto, eventuali, ma mai puri, mai inviolabili: anche quest’ultimi cedono all’esposizione. Ogni volta si espone un significato. Ovvero ci sarà sempre un senso di un significato. Come quando spesso chiediamo, in merito a un significato di una frase, “in che senso”? es: “dio è morto”! “sì, ok, ma in che senso?”. Il senso è decisivo. è in eccesso sul significato e lo espone, lo denuda, lo rende singolare. Definire il senso dell’esposione, come in questo post si tentava, assai parzialmente, significa definire l’esposizione stessa. Che è risonanza perchè implica sempre un Due, o meglio, un Più d’Uno (vedi esempio dello specchio). L’eposizione è questo, il senso è questo, la nudità è questo. Nessuna insensatezza dunque, per una filosofia dell’esposizione, ma anzi, ogni volta, un “più” che fa senso, Non c’è filosofia più sensata:).

  19. @Tommaso
    Dopo attenta riflessione, credo di aver capito. L’orizzonte concettuale che dispieghi è certamente rivoluzionario. La tua è una Metafisica “a partire” (incipit) dall’Arte. Sintetizzo: tutto (la totalità degli enti che si ex-pongono) è arte, perchè il darsi (esposizione) delle cose (chiunque sia il loro autore) trasmette un “senso” e richiede un’interpretazione. Quindi l’Arte è il fondamento dell’essere. Perfetta identità di essere, “essere fuori” (esporsi) e “senso” dell’essere. Tutto si gioca sul palcoscenico del mondo, dove l’attore/artista (colui che espone/si ex-pone), relazionandosi con lo spettatore (l’ermeneuta), attraverso il linguaggio artistico, costituisce i significati antropologici dell’essere. Ad ogni significato corrisponderanno più “sensi” (eccesso) perchè il dominio che l’arte (come coscienza espressiva) instaura è quello del simbolo, che rimanda sempre ad “altro”, che accenna ma non con-clude mai.
    Da qui, certamente, occorre partire ed il viaggio promette molte fascinazioni … Correggimi se sbaglio.
    A presto.

  20. @Tommaso
    infine l’esposizione come risonanza, o meglio, come “ricerca di risonanza”, come ricerca/richiamo dell’altro che pre-figurs un rischio (rimanere negletti) ma anche un’opportunità di rafforzamento dell’io attraverso il confronto e, auspicabilmente, la “sublime” condivisione.
    Al dunque, completando l’assunto, possiamo dire, parafrasando Cartesio: mi ex-pongo (come entità artistica), quindi ri-suono, quindi esisto, quindi sono “significativo” perchè l’altro da me corrisponde, dando “senso” ovvero con-senso al mio “esserci”.
    Aspetto contro-indicazioni per l’uso.
    Ciao

  21. la filosofia che cerco di portare avanti è una filosofia dell’esposizione, non una metafisica. Piuttosto una fisica illegale e anarchica. Per una filosofia dell’esposizione non si parte dall’Arte, ma dall’esposizione stessa. L’arte la mette in opera, la restituisce, la rilancia. Il senso, poi, non “richiede” un’interpretazione. La eccede sempre. Indirizza piuttosto un’interpretazione. Quest’ultima “richiede” il senso. Non diciamo sempre “in che senso?” come per dire che senza un verso, una direzione, l’interpretazione soffre? Non si può interpretare senza un senso dell’interpretazione, che la eccede sempre tuttavia.

  22. Rispondo.
    Dunque tu dici che il senso è un pre-requisito per poter interpretare. Concordo se intendi l’interpretazione come un’attività “esatta”, che deve essere “imbeccata” per indirizzarsi esattamente. Ma se la filosofia dell’esposizione la dobbiamo vedere come una fisica illegale e anarchica, allora che “senso” ha limitare l’interpretazione di ciò “che si ex-pone” ad un “senso dato”, suggerito dall’interlocutore (colui che risponde alla domanda: in che senso?) ?
    Lasciamo, allora, che l’eccedenza di senso possa anarchicamente esplicarsi (massimo di libertà) e che l’interpretazione non sia “vincolata”, a tutto vantaggio della creatività interpretativa.
    Io ipotizzo che tutto ciò (la totalità degli enti) che si espone è Arte, perchè (questa è la mia imbeccata) richiede una nostra “rappresentazione/scenografia”. Risulta, quindi, impossibile partire da “altro”.

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