Filosofia e nudità

courbetLa nudità è oggi un motivo ricorrente del pensiero filosofico. E a ragione: la filosofia, quella che non ha mai cessato di fare i conti con la propria tradizione, ha compreso che non vi è un solo fenomeno dell’esistenza che non si riferisca, in un certo modo, alla nudità, che non la implichi come questione fondamentale e tuttavia mai adeguatamente pensata.
La filosofia classica, fino a Nietzsche, non ha fatto che schivare la questione della nudità, ovvero la questione dell’esposizione. Eppure non c’è domanda filosofica – sia essa sul senso dell’essere, sull’umana coesistenza e sulla sua finitezza, sul senso della tecnica e sull’opera d’arte – che non rechi con sé la questione, irrisolta e mai finora formulata, dell’esposizione in quanto tale, della nudità.
Discutere di tale questione capitale significa, oggi, porsi all’altezza del proprio tempo. 

Il pensiero della decostruzione, attraverso Jacques Derrida e Jean-Luc Nancy, ha posto al centro della sua riflessione più recente il fenomeno della nudità come decisivo. Ma già un pensatore eccentrico come Bataille aveva già offerto i primi elementi nel racconto Madame Edwarda, come pure nei suoi saggi più importanti. In Italia, Giorgio Agamben e chi prosegue la sua riflessione sull’essenza della biopolitica hanno esplicitamente indicato nel concetto di “nuda vita” un problema fondamentale di cui rendere conto.
Bisogna, in primo luogo, per pensare la nudità in maniera adeguata, oltrepassare e anzi decostruire la nudità “in senso stretto”, ovvero la nudità intesa come sola esposizione degli organi genitali, o di altre specifiche parti del corpo. Bisogna andare oltre la nudità ridotta a fenomeno di costume, perchè in verità, nessun corpo, a rigore, può sottrarsi alla nudità, all’esposizione. Un corpo non esposto nemmeno sarebbe. Non potrebbe aver luogo, perché aver luogo significa entrare in contatto con l’altro, con un luogo innanzitutto. La nudità come fenomeno di costume, dato culturale e antropologico, e in generale ciò che chiamiamo costume in quanto tale, può ricevere un senso adeguato solo a partire dalla riflessione intorno alla nudità trascendentale.
La nudità andrebbe, pertanto, intesa e indagata “in senso lato”, ovvero come condizione fondamentale dell’esistenza e, innanzitutto, come ciò a partire da cui, tentando in ogni modo di schivarla, l’intera nostra tradizione filosofica si è costituita. La filosofia greca, soprattutto attraverso Platone, ha posto la ricerca dell’intatto, del puro, dell’eterno come implicito rimedio alla dimensione fondamentale dell’esistenza: l’esposizione. All’origine della filosofia vi sarebbe un singolare “oblio del nudo”, a partire dal senso greco della verità, dell’aletheia, che significa proprio nudità. Se un ripensamento della tradizione debba esservi, non può che cominciare dalla rimozione dell’esposizione, come pure dalla sua rielaborazione occidentale. Lungi dall’annientare la nudità, infatti, la nostra tradizione ha tentato di esorcizzarla in ogni modo, soprattutto attraverso un’ostensione senza pari, che raggiunge il culmine attraverso l’attuale esibizione spettacolare del giovane corpo nudo. Costruita, controllata, rielaborata, la nudità ha perso ogni valore fondamentale e merita, pertanto, la cura del pensiero, o almeno la sua esposizione più rigorosa.

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~ di ariemma su gennaio 13, 2009.

6 Risposte to “Filosofia e nudità”

  1. bisogna aver coraggio, questo si!
    ad esporsi…in ogni campo!

  2. il corpo ha lingua e parola che travalica ogni altra es-pressione.Dice, racconta, edita il corpo la storia inte(r)ra dell’umanità come genere e specie, si sofferma sui dettagli,le perfette imperfezioni che connotano i passi, passaggi della vita attraverso la porta delle età del corpo. C’è una infanzia, che vive nell’eden della percezione del corpo, liscio,levigato,senza segni.C’è una scrittura profonda, un mare di tragica, epica memoria in cui il corpo,trova il senso dell’essere, del tempo trascorso nel paradosso: la vita che tragitta nella morte.Là, in quei segni, declina i verbi dell’amore, della tristezza,della solidarietà e della solitudine,i desideri,le paure,l’usura dei giorni. Ecco, così abitato e logorato, finalmente usato,viene ri-con-segnata la veste,l’abito si slaccia e …nuda,la vita, continua,in-visibil-mente. Ringrazio per la visita.fernirosso

  3. io credo che l’esposizione smisurata di corpi, sopratutto giovani, grazie anche ai nuovi mezzi multimediali, porti in sè un profondo significato filosofico. inconsapevole il più delle volte (ovviamente la ragazzina che si espone scevra di indumenti non sta pensando alle motivazioni profonde del suo gesto, ma probabilmente alle conseguenze immediate che vorrebbe ottenere). l’esposizione del corpo nudo, come ogni esposizione, in quanto atto, è un esserci nel mondo. quindi al pari di ogni altro atto estroversivo. la discriminante allora diventa il quid, l’esserci per che cosa. cosa vuole in ultima istanza esprimere chi esibsce il suo corpo. io personalmente credo che, vittime di un retaggio culturale che vede nei genitali la zona più intima, peccaminosa e intoccabile, coloro i quali donano o vendono il proprio corpo nudo, spesso anche ad estranei, per un metaforico contrappasso, tradiscano un disperato desiderio di essere indagati nella loro parte emotiva più intima, quella che anche per loro è peccaminosa.
    pensiero di una piccola quasi-filosofa.
    vale.

  4. @signorinavale: La tua riflessione è per me molto preziosa. Grazie! Credo che tu abbia perfettamente ragione. Promossa a filosofa:)

  5. @signorinavale
    cosa vuole in ultima istanza esprimere chi esibsce il suo corpo?

    Ipotesi (escludendo i professionisti del sesso): ex-porsi, uscire daqll’anonimato (autismo), relazionarsi con l’altro-da-sè, per ri-vendicare una presenza (spesso negata), per assumere una centralità visiva (palcoscenico), che catturi l’attenzione (altamente gratificante). In ultima istanza, per diventare l’oggetto privilegiato del desiderio, come surrogato dell’amore, che inesorabilmente latita …

  6. @Ariemma: riflessioni intelligenti stimolano pensieri interessanti. 🙂

    @Calimero: certo, penso che sia proprio il surrogato dell’amore il punto, è un Esserci della coscienza, un Esserci trascendentale, non semplicemente un Esserci=Uomo, fisicamente.

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