Toccare. Chirurgia e filosofia

corpoPer pensare il toccare si può partire dalla carezza. La sua straordinaria tangenza – con la quale essa forgia la carne, il corpo a corpo, questa piccola “a”, nell’espressione “corpo a corpo” – è certamente esemplare. La carezza potrebbe essere un’origine dell’carne, un suo accesso. Potrebbe addirittura nascondere l’origine stessa dell’Io, del mio io. Del resto, quando – imputati, colpiti, interrogati – con la mano ci tocchiamo il petto, dicendo “Io?”, non operiamo forse l’analogia, lo schema, la natura più profonda del nostro venire ad essere, attraverso un accarezzarci, un toccarci? Un toccarci con la nostra mano. Come se non si potesse fare altrimenti, come se non si potesse toccare, in generale, che con la mano.
Questo gesto, apparentemente così immediato, inconscio, eppure impregnato fino all’unghia di tutta una tradizione, ha già detto di un nostro rapporto fondamentale con la carne, col nostro corpo preso ogni volta come parte, pezzo. Perché la carne, non dice mai tutto il corpo. Quando si parla di carne, il corpo come unità è stato già violato.


Il toccare è pensato attraverso un dominio della mano, un’opera esclusiva della mano. Un dominio per tradizione. Tutto l’importante testo Toccare di Derrida analizza questo dominio, nel tentativo innanzitutto di rivelarlo come tale. Riportiamo alcuni risultati di tale analisi della tradizione “tattilista”, gravitante intorno ad un primato silenziosamente dichiarato della mano, che attraversa la filosofia:

[…] nella fase kantiana di questa tradizione spetta a una antropologia pragmatica, certamente, conoscere il significato fondamentale, fondante, originario del toccare, poiché il solo organo a cui Kant assegna tale senso organico, è la mano, la mano dell’uomo, le dita, per la verità, l’estremità delle dita. […]

Husserl aveva abbondantemente moltiplicato le spiegazioni del tatto, e ogni volta descrivendone le manipolazioni digitali. Come se non si toccasse mai altrimenti che con la mano, e come se la mano non fosse fatta che di dita. Ora, questo avviene, non ci si sorprenderà, nel momento in cui il fenomenologo riconosce una preminenza assoluta, senza confronto, e fondante, al tatto. […]

[…] perché soltanto la mano e il dito? E perché non il piede e le dita del piede? Non possono toccare un’altra parte del mio corpo e toccarsi fra loro? E le labbra, soprattutto? Tutte le labbra sulle labbra? E la lingua sulle labbra? E la lingua sul palato o su molte altre parti del “mio corpo”? Come si potrebbe parlare senza questo […]?
[J. Derrida, Toccare, Jean-Luc Nancy, trad. it. di A. Calzolari, Marietti, Genova 2008, pp. 61; 208; 210.]

Se il toccare è innanzitutto pensato attraverso la mano, allora anche il nostro rapporto con la carne lo sarà. Forse quella che oggi chiamiamo chirurgia estetica, non è troppo lontana, né troppo mondana, rispetto alla nostra tradizione filosofica. Forse addirittura ne è il compimento, cioè che essa ha prodotto. Chirurgia, infatti, secondo l’etimo, significa opera della mano. Il nesso con la manipolazione in generale è evidente. La nostra tradizione ha pensato di disciplinare, organizzare, gestire in ogni modo il proprio corpo, soprattutto quando esso si fa rivolto, rivolta, ovvero quando esso si fa carne. Lo ha controllato nel modo più efficace possibile, ovvero attraverso una parte del corpo stesso. Attraverso la mano, questa singolarità dell’uomo, affine, in contatto, analoga, all’altro presunto primato umano: la ragione, il linguaggio. Da Aristotele, che chiaramente dice che “l’anima è come una mano” (Cfr. De Anima, III, 8), a Heidegger, questa connessione è stata in vario modo esplicitata. Un passo di Heidegger può risultare certamente esemplare:

Per mezzo della mano avvengono al tempo stesso la preghiera e l’assassinio, il saluto e il ringraziamento, il giuramento e il cenno, ma anche l'”opera” della mano, il “manufatto” e l’utensile. La stretta di mano fonda il patto vincolante. La mano causa l'”opera” della devastazione.[…] Nessun animale ha una mano, e mai da una zampa, uno zoccolo o un artiglio può nascere una mano. Anche la mano disperata non è mai, anzi, essa meno che mai, un “artiglio” con cui l’uomo si “aggrappa” a qualcosa. Unicamente dalla parola e con la parola è nata la mano.
[M. Heidegger, Parmenide, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 1999, p.156.]

Siamo pertanto vicini all’affermare che tutta l’estetica occidentale – il suo modo di sentire, come pure di pensare l’opera d’arte (secondo la doppia valenza dell’oggetto dell’estetica)- sia chirurgica, ovvero segnata in qualche modo dalla centralità della mano, dall’afferramento e dall’appropriazione.
Come pure possiamo tranquillamente affermare che proprio questa estetica incontra nel suo cammino una resistenza per eccellenza.
Non è un caso che la carne sia l’oggetto privilegiato di ciò che oggi si chiama chirurgia. Che pensare alla chirurgia rimandi sempre e comunque alla carne.
Perché la carne è anche ciò che massimamente oppone resistenza: un effetto di resistenza, che si crea nel corpo a corpo, nell’estensione dei corpi che hanno la potenza di vivere. La carne è ciò che fa resistenza al chirurgo e, in senso lato, ad ogni governo del corpo. Non può essere considerata come dato originario, elemento (il che la ridurrebbe a semplice sfondo, privandola ogni volta della sua incarnazione), piuttosto come l’insorgenza stessa del corpo.

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~ di ariemma su gennaio 18, 2009.

2 Risposte to “Toccare. Chirurgia e filosofia”

  1. il toccare con le estremità delle dita, la carezza, somiglia a chi, con la sensibilità di un pensiero, arriva a toccare la mente – e quindi il cuore – di chi vuole accarezzare…
    (io prediligo il senso della vista e dell’udito):-)

  2. Le tue parole sono toccanti tanto quanto una carezza… mi verrebbe da dire che il pensiero è carne che si lascia accarezzare ,perchè come la carne riece ad afferrare ciò che più lo emoziona e allo stesso tempo ad asplorare luoghi sconosciuti o mai totalmente visibili.

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