Boris Groys: L’Utopia di Berlino

Intervista a Boris Groys realizzata da Frank Berberich

apparsa su UNA CITTÀ n. 169 / 2009 Novembre

Una conversazione, provocatoria e spregiudicata, tra Boris Groys, filosofo e critico d’arte, nato a Berlino da genitori russi nel 1947, e Frank Berberich, di Lettre International, la rivista internazionale fondata da Ryszard Kapuściński, che ripercorre la storia e l’atmosfera a Berlino prima, durante e dopo il Muro.

Boris Groys, filosofo, saggista, critico d’arte e linguista, insegna all’Accademia per il disegno di Karlsruhe e all’Università di New York. Nato a Berlino nel 1947 da genitori russi, ha studiato filosofia e matematica all’Università di Leningrado (Pietroburgo). Negli anni ’70 è stato ricercatore di linguistica applicata all’Università di Mosca, prima di trasferirsi in Germania nel 1981. Tra le sue pubblicazioni, A Philosopher’s Diary; The Invention of Russia; Gesamtkunstwerk Stalin; The Art of Installation; Under Suspicion: A Phenomenology of the Media; Ilya Kobakov. The Man Who Flew into Space from his Apartment.

L’intervista a Boris Groys, condotta da Frank Berberich, è stata pubblicata nel numero speciale dedicato al ventennale della caduta del Muro di Berlino su Lettre International, la rivista internazionale fondata da Ryszard Kapuściński

Tu sei nato a Berlino e ci hai lavorato a più riprese, quindi hai un rapporto speciale con questa città.

Sono nato a Berlino da una famiglia russa. Mio padre fu mandato a Berlino nel 1946, dopo la Seconda Guerra mondiale, dal Ministero per l’energia elettrica, e la famiglia vi rimase per un periodo relativamente breve. I miei ricordi sono pochi, ma i miei genitori hanno parlato molto a lungo di quegli anni, quando il muro non c’era ancora, e la divisione non si manifestava in modo così pesante. Nei primi anni c’era ancora una certa libertà di movimento.

La vicinanza biografica a quella “sutura” tra Est e Ovest ti ha portato a vivere esperienze particolari?

Prima della caduta del muro, Berlino era la capitale del mondo, dopo la caduta del muro è diventata la capitale della Germania. Questo ha significato da una parte una certa liberazione, dall’altra una dimissione storica, con conseguenze a lungo termine. Quando tornai in Germania, all’inizio degli anni ’80, il mondo era regolato dalla Guerra Fredda. C’era un punto nevralgico centrale, e questo punto era Berlino. Berlino era il centro della Guerra Fredda, il luogo in cui si misurava la temperatura del mondo. Allora avevo la sensazione che la Germania e Berlino fossero antenne sensibilissime. La Germania nelle sue parti, e soprattutto la Intellighenzia tedesca, erano continuamente elettrizzate, irretite, coi nervi scoperti. Tutti avevano la sensazione di essere i medium della politica mondiale, di vivere in un luogo vincolato non solo esteriormente ma intimamente, col mondo intero. Attraverso il proprio corpo e il sistema nervoso, si muovevano in reti politiche globali, sentivano fisicamente, nel corpo, l’umore del mondo – questo mi piaceva. Ero felice di essere in Germania perché, grazie a queste sensibilità e apertura estreme, anch’io come russo non mi sentivo straniero.

Più tardi, ma prima del 1989, conobbi Heiner Müller, ne diventai amico, conobbi gente della Volksbühne e altri.

Anche nella parte orientale, sensibilità e curiosità davano l’impronta alla città. Forse in ambiti più ristretti, forse con meno continuità, certamente non in tutta la popolazione. Ma a Lipsia, Dresda, Berlino Est, nei luoghi della bohème tedesco-orientale per così dire, questi aspetti erano molto evidenti.

Dopo la caduta del muro, ciò che sorprendeva nella maggioranza degli intellettuali di opposizione dell’Est è che erano fortemente impegnati sulle questioni inter-tedesche, ma mostravano un certo distacco verso l’Europa ed erano pressoché indifferenti ai problemi internazionali globali, a parte Heiner Müller e pochi altri “cittadini del mondo”.

Ciò è legato al fatto che l’ideologia comunista era internazionalista, e questo per la gente era un invito a diventare nazionalisti. Se si voleva assumere una posizione antiautoritaria e indipendente, era facile scivolare in un angolo nazionalista, dal momento che il comunismo, specialmente in Germania Est, poteva essere identificato senz’altro con l’imperialismo sovietico. Questo automatismo spingeva la gente verso la nazione. Persino in Russia era così, in modo meno marcato che nell’Europa orientale, ma nel senso di un nazionalismo russo contrapposto alla ideologia sovietica. Il nazionalismo russo fu anche perseguitato, perfino la parola “Russia” era praticamente vietata.

Il nazionalismo era considerato una forza di opposizione, da qui quelle tendenze nazionaliste nell’Europa Orientale post-comunista.

Nella Germania Est il ricordo e l’interesse per la Prussia erano più pronunciati che all’Ovest, perché ci si trovava nell’antico territorio prussiano, la cui storia era in parte la propria, e anche come risultato di questa ricerca di tradizioni nazionali contro l’internazionalismo.

Anche in Russia c’era questo desiderio di tornare indietro, ai tempi che precedettero la catastrofe del comunismo; si cercava un nuovo aggancio alla storia passata. Questa tensione offriva la possibilità di una fuga dal presente, tanto più che la fuga dall’ideologia socialista per certi versi era generosamente tollerata: se si era cittadini di un paese socialista, l’Ungheria, la Germania Est, la Romania, era proibito dichiararsi nazionalisti con riguardo al presente, ma se riferito a prima della rivoluzione l’orgoglio nazionale era tollerato. Ci si poteva così annodare ai classici, alle tradizioni. Molti hanno usufruito di questa libertà. Per questa via si andò sviluppando una nostalgia del tempo perduto in parte semi-cospirativa, in parte ordinata dall’alto, in parte tacitamente tollerata. Una nostalgia per il tempo del quale ci si sentiva amputati ad opera della rivoluzione e delle mutate condizioni.

A Berlino Est dopo la guerra fu fatto saltare il castello prussiano degli Hohenzollern, a Weimar invece la casa di Goethe fu conservata e portata ad esempio di come il socialismo sapesse curare e custodire l’eredità classica della cultura borghese.

Al tempo del socialismo erano stati fissati dei confini ben chiari tra ciò da cui conveniva distanziarsi, le vecchie forme storiche del dominio di tipo feudale o capitalistico, e ciò a cui si poteva attingere, la cultura. L’idea era quella di sottrarre alle classi spodestate l’eredità culturale e di appropriarsene, per consegnarle al futuro socialista. Il castello fu fatto saltare in quanto simbolo del vecchio dominio, ormai superato, mentre Goethe e Schiller, strappati a quel dominio, venivano incorporati nel nuovo stato. Un modo di procedere “doppio” nei confronti dell’eredità culturale, tipico di tutta l’Europa Orientale e dell’Unione Sovietica.

Berlino era il punto nevralgico della Guerra Fredda. Come hai vissuto la dissoluzione di questa centrale ad alta tensione? Berlino non era solo terreno di confronto della Guerra Fredda, era un’entità sostenuta artificialmente, oggetto di iniezioni finanziarie e di sovvenzioni, si investiva in “autoritratti”, in rappresentazioni del nemico, in formule di minaccia, in simboli e mitologie, in modi di dire, era il luogo meglio attrezzato per dimostrare la propria reiterata superiorità in tutti i campi. In questa vetrina dell’Ovest, intellettuali ed artisti hanno potuto vivere nella comodità e nel privilegio.

Ciò vale per entrambe le parti. Anche la Ddr ha curato l’avanguardia con Bertold Brecht. Brecht era forse il più radicale autore di avanguardia della Germania, e viveva nella Ddr. Qualche settimana dopo la caduta del muro venni a Berlino e andai a piedi da Ovest verso Est, lungo la Unter der Linden. Fu una passeggiata memorabile. La strada era assolutamente vuota, nessun passante, e mi sentii del tutto impreparato a una simile situazione. Tutto era vuoto, nessun caffè, nessun pedone, niente vita sulla strada, assolutamente niente – ed ecco che si produce la inverosimile atmosfera della Nuova Oggettività, le immagini dei quadri degli anni Venti, Trenta; era come se all’improvviso ci si trovasse a passeggiare dentro un quadro. Andai avanti e avanti, finché a un tratto mi trovai davanti all’Isola dei Musei, senza sapere che era l’Isola dei Musei. Continuava a essere tutto vuoto, immobile, tutti i musei erano aperti, non c’era nessun controllo all’ingresso, io attraversai un museo dopo l’altro, fino a trovarmi nel museo di Pergamon, all’altare di Pergamon, davanti al quale sostai. A un certo punto sento un rumore di passi dietro di me e qualcuno, nel quale riconobbi un funzionario del Ministero della Cultura della Germania Ovest, disse: “Adesso arrivano quelli dell’Ovest e distruggono tutto”. Gli chiesi: “E perché distruggono tutto?”, e lui: “Perché qui non è attrezzato per i disabili. Accertano questa circostanza e buttano giù tutto”. Questo fu il primo commento che udii sulla caduta del muro.

Scoprire il Museo di Pergamon in questo modo dev’essere stata un’esperienza originale.

Sì, non c’ero mai stato prima. Dopo l’immigrazione mi sentivo parte dell’Ovest e non sapevo quante cose c’erano all’Est. Ero affascinato dall’incredibile qualità artistica, era come un fantasma del diciannovesimo secolo. Tutto era come nel diciannovesimo secolo, e io pensavo che il socialismo, a parte i suoi edifici prefabbricati, era come un gigantesco frigorifero della cultura… conservazione in forma surgelata. Ciò che lì si poteva vedere cominciava già un po’ a guastarsi, era evidente che quel che si era conservato fino a quel punto sarebbe andato in rovina molto rapidamente. Questo non lo dimentico.

Mi ricordo anche di un altro strano avvenimento, di tipo surrealista, che capitò il giorno dopo. In effetti io ero venuto a Berlino per lavorare con Ilja Kabakow. Andammo insieme a Berlino Est; eravamo sulla Friedrichstrasse quando ci venne incontro un uomo russo, probabilmente un disertore, in ogni caso uno che voleva tagliare la corda, e ci apostrofò in russo: “Come si arriva da qui a Berlino Ovest?”. Kabakow glielo spiegò. Il russo ci ascoltò e dopo una pausa domandò di nuovo: “Come si arriva da qui a Berlino Ovest?”. Kabakow glielo spiegò di nuovo. Dopo una breve pausa quello ripetè la domanda per la terza volta, allora io dissi a Kabakow: “Ilja, ora basta, andiamo”. Il russo mi guardò come se avesse preso la scossa e disse: “Ma lei sta parlando in russo, io ho pensato tutto il tempo che mi aveste risposto in tedesco”. Era così confuso che non s’era accorto che noi non avevamo parlato tedesco, ma nella sua lingua; perciò non aveva capito la risposta alla sua domanda. Per me questo suonò come una metafora di quel momento storico.

Un disorientamento relativo alla propria posizione nello spazio…

Sì, come dice Amleto, o Derrida quando negli Spettri di Marx gioca con l’idea che il tempo subisca realmente delle interruzioni, e uno si trova per un istante dentro una pausa immobile, prima che tutto riprenda a girare. Come al cinema, quando il film si interrompe all’improvviso e c’è una pausa per un guasto al proiettore, dopodiché si ripara il guasto e si ricomincia. Si ha la sensazione che dei fantasmi ci abbiano messo le mani durante la pausa fra una sequenza e l’altra.

Lo spettatore è inciampato da sé nella pausa, ma chi ha fatto ripartire il film?

A un certo punto le persone hanno ricominciato a lavorare. Nel momento in cui uno si accorge che ha bisogno di una colazione, di una cena, di un lavoro… è il bisogno di certe cose che sollecita il ricordo, e a quel punto l’incantesimo si rompe.

Tu avevi un’idea, allora, di ciò che sarebbe nato da quella caduta? Venticinque anni fa si poteva visitare indisturbati il Taj Mahal in India, sdraiarsi nel parco e meditare, oggi ci si mette in una fila di turisti, si paga il biglietto, tutto è controllato, calcolato, commercializzato. Anche nella Ddr di allora molte cose sembravano sottratte al tempo e al calcolo economico.

Tutto era sottratto alla sfera economica perché c’era quella libertà della proprietà comune, a ciascuno apparteneva tutto e niente. C’era la libertà di passeggio, c’erano infinite riserve di tempo. Dopo, tutto fu privatizzato e ristrutturato e organizzato e limitato, e questo libero spazio e questa solidarietà svanirono. Tra le persone c’era una forte solidarietà – questo si avvertì in Germania Est come nell’Europa Orientale ancora per qualche tempo, un certo sentimento per un destino comune.

Non così in Occidente, dove ciascuno è convinto che il proprio destino sia indipendente dagli altri. Anche se si era scontenti del destino e ci si era ribellati, tuttavia per un lungo tempo si era condiviso con gli altri sia il destino che la ribellione. La individualizzazione che seguì, la sensazione di essere stati lasciati soli nel mondo e di non avere più niente in comune con gli altri, non erano ancora stati interiorizzati. E non si sa fino a che punto la gente avesse imparato a farlo. Basta osservare come oggi si aggrappano di nuovo a etnicismi e nazionalismi, mentre ormai dovrebbero aver capito che tutto ciò non serve. All’inizio la gente dell’Est aveva pensato che l’Occidente in fondo fosse qualcosa di molto simile al loro stato, solo più ricco. Le persone non avevano capito che questa ricchezza effettivamente c’era, ma era prodotta dal fatto che in Occidente si veniva schiavizzati più duramente e costretti in modo più spietato a lavorare, ci si auto-sfruttava o ci si lasciava sfruttare molto più di quanto accadeva all’Est. Il problema principale del socialismo consisteva proprio nel fatto che non sfruttava abbastanza la gente. Per questo i Paesi socialisti non erano così ricchi.

“Non abbastanza sfruttati”, nel senso che non veniva accumulato abbastanza capitale…

Non poteva essere accumulato abbastanza capitale perché la gente non lavorava abbastanza. La maggior parte lavorava poco. Molti durante il lavoro sonnecchiavano, facevano colazione, bevevano caffè, facevano la spesa. Non erano obbligati al lavoro sistematico neanche durante il loro orario di lavoro. All’Ovest al contrario può sopravvivere unicamente chi lavora non solo durante l’orario di lavoro, ma anche oltre. Nel socialismo la gente non soffriva la povertà estrema o la penuria materiale. Avevano da mangiare, avevano un sistema sanitario ragionevole, all’interno dell’Est europeo potevano anche viaggiare. Ma soffrivano per la privazione di qualità estetiche e di varietà nell’offerta dei generi di consumo, per la carenza di molteplicità nelle scelte, in relazione a prodotti, consumi e possibilità di viaggiare.

Qual era la tua percezione circa i motivi della ribellione? Erano prevalenti i bisogni materiali o il bisogno di libertà?

Anche nel socialismo ci si poteva sentire superiori agli altri e con ciò essere soddisfatti sia materialmente che spiritualmente. Già Freud ha insegnato come le piccole differenze per la gente possano avere più importanza delle grandi. Le gerarchie c’erano anche nei Paesi dell’Est, c’era l’invidia, la concorrenza e il piacere di possedere qualcosa che gli altri non avevano. Tutti questi bassi istinti venivano regolarmente soddisfatti; ciò che non veniva soddisfatto era la libertà di viaggiare. Ci si sentiva come in prigione, si aveva la sensazione di essere reclusi. Ciò contrasta con la natura umana, nessuno può capire perché il primo passo sì e il secondo invece no. Non era comprensibile il perché. Avevi l’impressione di non poterti più confrontare con gli altri, non sapevi come vivevano e loro non sapevano come vivevi tu.

Eri tagliato fuori, sospettavi di essere escluso da una possibilità che ti avrebbe potuto cambiare la vita in meglio. E’ una sensazione sgradevole.

Da qualche parte all’inizio del Leviatano, Thomas Hobbes riflette sulla parola “libertà”. Molti pensano che la vera libertà sia la libertà di pensiero, la libertà di parola, la libertà di coscienza. Secondo Hobbes tutto questo non è vero, la vera libertà sarebbe la libertà del corpo umano di muoversi nello spazio.

In definitiva siamo tutti materialisti e la verità dello spirito non ci basta. Solo quando ci possiamo muovere liberamente nello spazio ci sentiamo liberi. Da un punto di vista materialista, la differenza tra libertà e consumo non è tanto grande. In entrambi i casi si tratta di essere liberi di muoversi nel mondo, in una forma o nell’altra. Pensare non basta, anche la pura immaginazione non basta.

Il bisogno di libertà dev’essere diventato acuto per non cedere davanti alla promessa di una maggiore uguaglianza.

Non era così virulento, era smorzato, piuttosto sognante. In definitiva il sistema non è crollato perché qualcuno protestava. Queste sono assurdità a posteriori. Tutta la protesta proveniva da una piccola minoranza e avrebbe potuto essere facilmente repressa; se ci fu protesta, fu poco convinta. La grande massa non ha protestato quasi mai.

Se l’intero sistema è collassato, è perché gli è mancato l’appoggio umano, la gente ci ha investito sempre meno energia, ha lavorato sempre meno e interiormente si è sempre più estraniata, compreso il gruppo dirigente.

Il processo di dissoluzione è stato inscenato da un gruppo dell’Ufficio politico del Partito Comunista dell’Unione Sovietica che era pervenuto al potere. Tutte le altre azioni di protesta hanno avuto successo solo perché erano state autorizzate ancor prima di essere annunciate. Un processo di scioglimento dall’alto, una rivoluzione dall’alto, un cambiamento octroyé, non un’autentica rivoluzione, non un’autentica liberazione.

Non ci si deve meravigliare se le vecchie élites dell’Est oggi sono tutte al potere: sono passate dalle posizioni di primo o secondo segretario di partito alle funzioni di manager o dirigente di questa o quella impresa. Non c’è stato un grande rivolgimento. Non è stata una rivoluzione nel senso moderno, prodotta da un vero movimento di popolo. Il rovesciamento non è venuto dal basso, ma è stato imposto dall’alto.

Su cosa si basa questo giudizio?

Tutto era tranquillo fino a quando Gorbačev, Shevardnadze e Jakovlev arrivarono al potere e assunsero il controllo del Politburo nell’Unione Sovietica. Il processo di trasformazione fu avviato con la perestrojka. Più tardi Gorbačev si recò in Germania Est e richiamò Honecker, che faceva resistenza alla riforma. Il cambiamento fu perseguito attivamente da coloro che avevano preso le redini del potere nell’Unione Sovietica, per lo più collaboratori del Kgb insediati da Andropov. La dissoluzione dell’impero e il ritiro dall’Europa dell’Est erano un antico progetto del Kgb. Già dopo la morte di Stalin, Berja, capo dei servizi segreti, aveva proposto di cedere la Germania Est alla Germania Ovest e di ritirare le truppe sovietiche dall’Europa Orientale. Allora questo progetto fu bloccato da Chruščev, che riuscì a prevalere.

Si temeva un sovraccarico insostenibile per la Russia?

Sì, il sistema basato sulla dipendenza di tanti Paesi era economicamente inefficiente, in realtà privo di senso. Non era di questo che la Russia aveva bisogno. L’idea della dissoluzione si fondava su una considerazione pragmatica, e a un determinato momento si decise di agire in modo conseguente.

Come hai valutato le trasformazioni avvenute a Berlino dopo il muro? Berlino aveva grandi sogni, ma economicamente è stata in realtà Vienna a trarre i maggiori vantaggi dall’apertura ad Est.

Berlino tuttavia è tornata ad essere la capitale della Germania. La Germania, è vero, non è uno stato molto grande, e la cultura tedesca è diventata meno sensibile agli avvenimenti del mondo. Io vedo la dinamica innescata dal 1989 come una massiccia ri-germanizzazione della cultura tedesca. Tra i miei conoscenti nella Intellighenzia tedesca osservo che si ragiona in questo modo: finalmente siamo tornati sovrani, finalmente siamo uniti, finalmente siamo nella condizione di riprendere in mano la nostra storia. Finalmente tutti i temi tedeschi sono liberi da tabù.

Finalmente, finalmente, finalmente. Come se l’apertura al mondo che prima prevaleva fosse una specie di Terrore sotto il quale la gente soffriva. Forse sono loro ad averla vissuta come una imposizione.

Dove vedi i segnali di questa tendenza?

In Germania si scrive sempre meno sul resto del mondo e sempre più sulla Germania e su ciò che vi attiene. Ma soprattutto si sostiene in continuazione che la Germania si è normalizzata, che la Germania è diventata un Paese normale, come tutti gli altri Paesi. Questo discorso sulla normalità suona un po’ strano nel mondo attuale, in cui tutto sembra essere completamente anormale, in movimento, in conflitto, sul punto di crollare o di nascere. Il discorso tedesco sulla normalizzazione risulta incomprensibile in un contesto globale nel quale la maggioranza delle persone vede il mondo come completamente impazzito. Il discorso sulla normalità mi ricorda il gruppo Total normal, che il mio amico Milan Kunc, un artista ceco, aveva organizzato negli anni ’80, a Colonia. L’idea era che la normalità è molto più pazzesca di tutto il resto.

Un’autosuggestione in rapporto alla propria crescente importanza. Cosa significa in questo contesto “desensibilizzazione”? Sono gli intellettuali, gli organizzatori della cultura, i cineasti, gli autori di teatro che perdono la loro sensibilità, o si tratta di un fenomeno che concerne la élite politica?

La situazione attuale in Europa mi fa pensare a quella delle repubbliche nazionali come l’Estonia o la Georgia al tempo dell’Unione Sovietica. L’Unione Europea, l’Unione Sovietica di allora, serve da piattaforma per la competizione culturale delle nazioni. Viene riservata una quota per il cinema francese, una per il cinema tedesco, una per il cinema italiano; si ragiona per parti aliquote: ogni Paese dev’essere rappresentato, un tot di sovvenzioni deve entrare nelle casse di ciascun Paese… ogni cultura nazionale si considera in concorrenza con le altre, come fanno le nazionali di calcio. Si richiede uno spirito di squadra, ci si aspetta che ciascuno si senta personalmente impegnato, affinché per esempio la cultura tedesca progredisca. Fenomeni simili si riscontrano in Germania, ma anche in Francia in rapporto al timore del tramonto della cultura francese, un tramonto che si manifesta parallelamente a quello della cultura tedesca.

Lo stesso fenomeno compare ovunque. Forse un po’ meno in Spagna, dove persiste il legame con l’America Latina e non ci si sente così sotto pressione. Tutti gli altri Paesi si concepiscono come squadre di calcio nazional-culturali in gara contro tutte le altre squadre di calcio nazional-culturali. Come si può in questo modo sviluppare una prospettiva universalista?

Perfino Alain Badiou, il solo che ancora tenti di parlare di universalismo, ne parla per fedeltà a un avvenimento che ha avuto luogo nel passato, ma che sicuramente non si ripeterà qui e oggi. Oggi non solo in Germania, ma in tutta l’Europa, viviamo in una simile atmosfera culturale.

La Germania partecipa di questa generale immersione nel proprio brodo culturale e della perdita della prospettiva globale, universalista. Dovunque guardo in Europa, vedo avanzare la stessa tendenza.

Si può notare una plateale contraddizione tra la retorica degli slogan pubblicitari – “Germania, terra delle idee”, “Germania, il Paese aperto al mondo”, “Berlino, città aperta”, “La città creativa”, “La città dell’amicizia”- e una pratica di vita spesso molto diversa.

E tuttavia non completamente diversa. Adesso dobbiamo dire qualcosa di buono su Berlino. Berlino agli occhi del mondo ha un vantaggio riconosciuto da tutti, ovvero i prezzi degli immobili sono molto bassi. A New York ho frequentato anche dei giovani; molti di questi passano metà dell’anno a Berlino, perché non è così cara; americani che a Berlino incontrano peruviani, cambogiani, persone dei più diversi Paesi.

In parallelo con il declino del cosmopolitismo nella vita culturale tedesca, a Berlino si manifesta una sorta di bohème internazionale simile a quella della Parigi degli anni ’20, che tuttavia non è molto produttiva. Del resto anche la bohème degli anni ’20 non è stata molto produttiva. Berlino è un luogo dell’utopia realizzata, e l’utopia realizzata consiste semplicemente in ciò: che non si deve pagare troppo caro il proprio stile di vita. I prezzi degli affitti e dei ristoranti sono bassi, considerato che si parla di una metropoli nel centro dell’Europa. Attira persone da tutto il mondo. Mi sembra una buona cosa.

Questo però non è il massimo di ciò che sarebbe possibile. I prezzi bassi sono un fenomeno oggettivo, forse un riflesso della povertà della città. La povertà come condizione per una utopia realizzata?

Le due condizioni basilari per l’utopia realizzata sono la povertà e la stagnazione. La stagnazione, ossia il fatto che non cresce niente, è ancora più importante della povertà. Appena qualcosa si sviluppa, appena si crea una dinamica, tutto è perduto. Finché tutto ristagna si può vivere bene, sentirsi protetti, sognare, bere vino, stare bene. Nella Mosca degli anni ’70 io ho amato la mia vita. Prima c’erano stati movimenti, dopo ci sono stati movimenti, ma in mezzo ci furono quei dieci meravigliosi anni di stagnazione. Tanto più a lungo la Berlino di oggi ristagnerà, tanto meglio sarà per tutti, a Berlino e dintorni. La stagnazione è la condizione principale. Per questo il movimento verde globale suscita in me tanta simpatia, perché preconizza una stagnazione mondiale, una stagnazione globale amministrata, e questo è precisamente ciò di cui abbiamo bisogno.

Nel caso di Berlino i conti non tornano del tutto: Berlino è supersovvenzionata, e nella misura in cui qui la stagnazione viene sovvenzionata, poiché le persone non vengono costrette e non accettano di subire uno sfruttamento intensivo, altre persone da qualche altra parte devono lavorare per loro; Berlino ha un deficit di bilancio che non le permette di sfamarsi da sé. E’ abituata ad essere nutrita dall’esterno. Io mi domando quali conseguenze possano derivare dalla presa di coscienza di coloro che non appartengono al milieu degli artisti. Questo ambiente è una parte relativamente piccola della popolazione, forse il dieci per cento, a voler essere generosi. Per contro continuano a esistere impiegati, lavoratori, un sottoproletariato, forme di precariato, mondi paralleli di minoranze e di immigrati che non sono pienamente inseriti nella normalità della vita cittadina.

Anche la popolazione dei sobborghi parigini degli anni ’20 manifestava di quando in quando nel centro della città o provocava tafferugli. Questo fa parte del quadro.

Berlino in realtà è una città socialista, una città dove la gente lavora poco, viene sovvenzionata e l’intera compagine ristagna; dal punto di vista strutturale Berlino è un’oasi del socialismo nel mezzo della Germania, poiché mostra tutti i caratteri distintivi del socialismo: sovvenzionamento statale, poco lavoro, stagnazione generale e moltissimo tempo libero.

E un certo grado di gaglioffaggine.

Anche questo fa parte del quadro. Tutto ciò è magnifico, è utopia realizzata. Non abbiamo nessun altro esempio di una utopia realizzata se non questo. Io mi auguro che questa utopia abbia una certa durata, anche se l’esperienza non lascia ben sperare in proposito: simili circostanze utopiche possono resistere al massimo vent’anni, poi accade qualcosa che distrugge l’utopia. Più tardi succede, meglio è.

Questa utopia è importante per le persone che la vivono, ma è anche un modello…

Come esempio per gli altri. Io penso che Berlino abbia questo carattere di esempio, e che lo abbia su scala mondiale. Da tante parti ho sentito giovani che dicevano di aver trascorso un bel periodo a Berlino. E soprattutto che avevano avuto tempo; che avevano passato molto tempo nei caffè, che la vita non era così cara e che la disposizione di spirito generale era rilassata.

Questo lo trovo importante, esemplare e fascinoso. Non è così importante che non succeda nulla e nulla venga prodotto -questo è appunto l’aspetto utopico, nell’utopia niente dev’essere prodotto. Tranne la dolce vita.

Questa utopia però non contiene niente di universalistico, si tratta solo di approfittare della particolare costellazione di un determinato momento per i propri scopi.

Questo caratterizza l’utopia in generale. L’utopia è un non-luogo, è per l’appunto utopica. Berlino ha qualcosa di utopico perché i quartieri del centro, Berlin-Mitte, Prenzlauer Berg, ecc. sono luoghi utopici, non sono da nessuna parte, non sono neppure in Germania, non all’Ovest, non all’Est, sono semplicemente al di là.

Qualcuno lo considera un miraggio

E’ così, è bello che sia così. E’ pieno di significato il fatto che il modello della vita piacevole possa essere realizzato, anche se solo casualmente e temporaneamente.

Non sarebbe desiderabile se da questa utopia potesse scaturire anche qualcosa di importante?

Le grandi realizzazioni nascono sotto la pressione della concorrenza, da uno stato di estrema fatica, in condizioni di spasmodica sofferenza, sofferenza psichica e sofferenza sociale. Io non credo che dalla vita piacevole possa nascere alcunché di veramente interessante.

Però la vita piacevole, la bella vita, è un valore per sé, che non dovrebbe essere sacrificato alla produzione, com’è nella logica capitalistica. Questa logica non dovremmo seguirla, pensando di dover giustificare la nostra esistenza mediante i prodotti, la prestazione, i successi o qualcos’altro di importante. Non abbiamo bisogno di giustificarci, ci sentiamo bene e questo basta.

Resta il fatto che Berlino è sovvenzionata in permanenza e i cittadini -non tanto gli artisti- devono pur avere la sensazione di essere attaccati a una fleboclisi, di essere dipendenti, impotenti a sviluppare la elementare consapevolezza di poter badare a se stessi e al proprio sostentamento. Probabilmente c’è anche un tacito compromesso, un accordo di scambio tra la loro disponibilità a lasciarsi nutrire, e la condizione di non alzare troppo la voce.

Stai descrivendo il sistema socialista, l’oasi del socialismo in mezzo all’Europa, nella sua forma più ideale, ma anche più conseguente, con tutte le sue ombre. La vera esperienza del socialismo si riassume in questa ambientazione. […]

C’è qualcosa di valido che varrebbe la pena di sviluppare per contribuire a fare di Berlino una città globale, la vitalità di un tempo, la funzione di collegamento che aveva una volta, o Berlino è condannata per sempre al provincialismo?

Già nella Repubblica di Weimar Berlino era una città della bohème. E’ predisposta a questo ruolo. Oggi, grazie al processo di promozione sociale, la città è una variante piacevole di ciò che era già stata nella Repubblica di Weimar. Un luogo di club, di ristoranti, di vita disinvolta…

Allora Berlino era una città industriale, dinamica, pulsante.

Sì, non era così paradisiaca o post-paradisiaca come ora. Tuttavia vi sono analogie, per esempio il buonumore. La gioventù berlinese è molto mobile e curiosa, la gente partecipa in massa alle conferenze. Questo non succede in ogni città, e ha a che fare con il fatto che la gente ha molto tempo. Qui si sperimenta una singolare costellazione. Nel mezzo di una cultura tedesca che diventa sempre più introvertita e orientata in senso nazionale, sempre più incentrata su se stessa e etnicizzata (dove i turchi vengono visti come ”altri” con i quali bisogna iniziare un dialogo, e non per quello che sono, una parte della società tedesca), in mezzo a processi di auto-etnicizzazione e auto-provincializzazione dunque fiorisce questo paradiso internazionalista, socialista di Berlino. E’ un fenomeno controcorrente e paradossale. Una tensione degna di attenzione, che ha qualcosa di avvincente.

Oggi anche le più piccole differenze vengono reclamizzate e mercificate per ammaliare i turisti. Ciò avviene chiaramente anche con questi aspetti di Berlino. Il paradiso socialista come attrazione turistica?

Al cento per cento. E’ un’utopia visitata, un tour in quel che è rimasto del socialismo… Nel cinema e nelle esposizioni c’è una “postproduzione”, l’ultimo taglio, il montaggio finale. Berlino è la postproduzione del socialismo.

E la tanto promettente economia di Berlino diventa allora la commercializzazione dei viaggi di diporto…

…nel vero, nel migliore socialismo. Questo nell’Est europeo esiste già dappertutto. Quasi tutta l’Europa Orientale, compresi gli artisti, è occupata nella commercializzazione del socialismo affondato, e Berlino ha su questo punto un grande vantaggio, perché può offrire come oggetto di contemplazione un socialismo vivente, non soltanto i ritratti di Stalin e Lenin o Good Bye, Lenin!, bensì il vero, vissuto socialismo, che si può percepire, si può sperimentare, e nel quale ci si può anche immergere. Berlino è il Jurassic Park del socialismo reale.

(Traduzione di Clemente Manenti)

~ di ariemma su agosto 6, 2010.

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