Il mondo dopo la fine del mondo: recensione di Giovanni Carrozzini sulla rivista Millepiani, n.39

 

La fine del mondo, Facebook, l’arte contemporanea, la filosofia: cosa hanno a che vedere una delle più note ipotesi sociologiche, il più utilizzato social network, l’espressione più recente dell’arte e una disciplina che, al di là delle frequenti speculazioni spettacolarizzanti perpetuatesi ai suoi danni, ha continuato, nel corso dei secoli, ad errare povera e nuda?

   In questo volume, agile ma denso, Tommaso Ariemma si propone di orchestrare una sinfonia di nessi, spesso insoliti ma non per questo meno credibili, fra gli elementi testé citati, alla luce di una tesi accattivante, che l’Autore esplicita in apertura del suo ultimo lavoro: «[q]uesto libro – afferma infatti Ariemma – vuole […] indagare due strategie dell’apparire, due modi differenti di mostrare cose e persone» (p. 12). Il filo rosso che trascorre, dunque, le pagine di questo testo consta di un’approfondita disamina delle nuove forme di esposizione, che inaugurano, al contempo, la genesi di nuovi mondi, sorti dalle macerie del (presunto) vecchio mondo.

  

Sarà opportuno chiarire, sulla scorta delle puntuali indicazioni dell’Autore, il significato precipuo che assume il termine “mondo” in questo saggio: “mondo” non deve essere assimilato trivialmente ad ambiente materiale circostante, giacché si configura piuttosto come abile costruzione di un contesto di relazioni fra uomini e cose che, in una siffatta prospettiva, assumono, a loro volta, i caratteri di veri e propri (s)nodi di una rete, gettata sulla brutalità del dato empirico, che, così trasfigurato, cessa la sua persistenza e vanifica ogni sforzo di (ri)esumazione dello stesso. Per dirla ancora con Ariemma: «[p]er avere il mondo ci vuole altro [rispetto alla realtà esterna tout court]. Ci vuole un’apertura non immediata, un’idea panoramica, qualcosa che possiamo percepire come percepiamo un oggetto. La cosa che mi sta di fronte e che mi resiste non è tuttavia il mondo o un mondo» (p. 10). Riconosciamo in questa lapidaria affermazione gli echi di una certa fenomenologia, sebbene l’indagine di Ariemma, nella sua acribia, non risulta etichettabile in base ad alcuna classificazione tradizionale, in virtù dell’originalità della sua proposta e dello stile che la realizza.

   La costruzione-mondo che esamina l’Autore, tuttavia, non è meno soggetta a svolte e mutamenti di quanto non lo sia qualsiasi altra elaborazione autenticamente umana, non foss’altro perché quest’ultima funge da sfondo per tutte le altre. Sulla scia delle suggestioni provenienti dal saggio, ormai classico, di Marshall McLuhan del 1964, Understanding Media: The Extensions of Man, l’Autore afferma che la sostituzione del mondo, per sua definizione amalgama magmatica di visibile e invisibile, con gli strumenti e le informazioni che lo identificano, ovvero lo rendono noto, percorribile, mappabile, tracciabile corrisponderebbe alla celebrazione, più o meno sofferta, della sua dipartita; se però per Marshall McLuhan questo evento sarebbe occorso sancendo una fine ultima del mondo, Ariemma intravede in questo stato di cose i germi per la strutturazione di nuovi ambiti costruttivi.

   Nella prima delle due parti che compongono questo accurato lavoro di ricerca, Ariemma esamina la genesi del nuovo mondo dell’arte contemporanea, alla luce di quella visione d’insieme che solo la filosofia, come pensiero di sintesi, può garantire. L’Autore, pertanto, discute criticamente la tesi avanzata da Francesco Bonami in Lo potevo fare anch’io. Perché l’arte contemporanea è davvero arte, opponendo alla tesi ivi sostenuta, l’idea che la peculiarità dell’arte in questione non risieda prettamente nel fatto che i suoi oggetti risultino inediti e, per certi versi, inauditi, quanto piuttosto dal fatto che quest’arte interroghi lo spettatore sul suo stesso statuto, opponendogli una questione di ordine squisitamente ontologico, relativa all’autentica possibilità di definire la stessa come arte.

   Ariemma fornisce al quesito testé riassunto un’originale risposta: l’artisiticità dell’arte contemporanea risiederebbe, a sua avviso, nell’instaurare processi di costruzione di nuovi mondi, popolati dai materiali di un’arte inesistente, la cui presunta provocatorietà invererebbe piuttosto la sua stessa struttura, ovvero quella atta a reintrodurre il sospetto, e con esso l’invisibile, nel quadro delle certezze cui si potrebbe agevolmente ricondurre l’attuale configurazione del mondo come villaggio globale, ovvero del mondo senza distanze, tutto bello, vero e giusto, perché assolutamente noto, informato e informatizzato.

   Il nuovo mondo dell’arte contemporanea consisterebbe pertanto di un mondo del sospetto, della sfida e, con essa, della domanda, di una domanda che, a differenza di quelle veicolate nel villaggio globale delle sicurezze, non possiede in sé una risposta, ma necessita proprio dallo spettatore (per lo meno da quello che intenda lasciarsi coinvolgere da questa inusuale esperienza estetica piuttosto che vestire i panni abusati del passante distratto, ma non per questo meno giudice altero e perciò superficiale) l’elaborazione di un piano interpretativo che, or qui or là, colga una mezza dozzina di quei veri che attengono all’universo semantico della poetica dell’artista contemporaneo che emerge nelle sue opere, celandosi e schermandosi in un chiaro-scuro che, sempre, dipinge i tratti del mondo.

   Dell’alba di un altro mondo intravede i raggi Ariemma e alla loro spettrografia dedica la seconda parte del suo ricco saggio. Se, però, il mondo dell’arte contemporanea è un mondo che svicola dalle asfittiche briglie identitarie che sempre traducono l’operato di dispositivi di controllo, il secondo dei due nuovi mondi in oggetto, ovvero quello approntato da Facebook, dietro un discutibile allargamento dei confini della sfera delle possibilità, concreta, a detta di Ariemma, una vera e propria chiusura di forze, tradendo, così, lo spirito che anima il Web su cui si appoggia e che coarta ai suoi scopi.

   Se, infatti, il vecchio mondo finisce per il colpo infertogli dalla caduta della damoclea spada del noto, il nuovo mondo di Facebook, mal celandosi dietro la maschera, per nulla neutrale, del virtuale, affila le sue armi sulla stessa mola del mondo ormai finito: mappa i suoi abitanti, li rende riconoscibili, sottrae il sospetto e l’invisibile che pure svolgevano i percorsi della rete al suo sorgere. Travia, in altri termini, lo spirito del Web, lo assoggetta ad un meccanismo di controllo, orchestrato, peraltro, dall’irragionata acquiescenza dei suoi stessi fruitori, tutti fibrillanti per un riconoscimento, un “Mi piace” che fa ripiombare in quella dialettica di hegeliana memoria che, questa volta, non libera lo schiavo, ma potenzia il padrone, un padrone il cui volto somiglia ora a una bacheca ora al numero di amici che si facebookano.

   La corsa all’identificazione, allora, non cessa affatto in questo mondo di profili, che tanto ricordano quelli stilati per riconoscere i malviventi e che rimpinguano gli archivi delle forze dell’ordine, e, cosa ancor peggiore, dissimula nel suo statuto l’offerta di una nuova libertà, che ha però il sapore di una gabbia, anche se le sue pareti sono azzurrine e foderate di foto di amici taggati, il più delle volte inconsapevolmente.

   È chiara, sin dalle prime battute, la tesi che Ariemma riassume magistralmente in conclusione del suo bel volume: il mondo nuovo, se ha da esser tale, deve recuperare quel silenzio gravido di domande che l’arte contemporanea, a dispetto del caos rutilante del dispositivo-social-network, può garantire. Così: «[c]on Facebook, le speranze di apertura del Web sembrano di colpo essersi contratte e, per andare al di là del noto e del celebrato, forse vale la pena soffermarsi ancora intorno all’arte, soprattutto intorno a quell’arte che non sembra tale. Forse vale la pena lasciarla entrare nei nostri pensieri. Forse il mondo dell’arte è ora l’unico mondo dopo la fine del mondo» (p. 105).

 

Giovanni Carrozzini

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~ di ariemma su novembre 19, 2012.

3 Risposte to “Il mondo dopo la fine del mondo: recensione di Giovanni Carrozzini sulla rivista Millepiani, n.39”

  1. Un titolo originale. Hai almeno chiesto scusa a Nick Harkaway per aver letteralmente copiato il titolo del suo libro? Ti dovresti almeno un po’ vergognare!

  2. Gentile Paolo, non ho letto il testo in questione, ma si tratta di un romanzo, mentre il mio è un saggio di filosofia. Il titolo del mio saggio è inoltre più esteso, e pertanto sostanzialmente diverso “Il mondo dopo la fine del mondo. Facebook, l’arte contemparanea, la filosofia”. Al momento della stesura non ho preso in considerazione il fatto che il titolo potesse essere stato usato da un altro (e l’editore non mi ha fatto rilievi in merito), anche perché in filosofia, molti testi hanno lo stesso titolo (“Etica”, “Estetica”, etc.) e nessuno si sogna di chiedere scusa all’altro.

  3. e poi, volendo infierire 🙂 : il titolo “Il mondo dopo la fine del mondo” non è di Harkaway, ma della sua traduzione italiana. Il titolo originale del romanzo è “The gone-away world”, ovvero “Il mondo andato via”: tutto un altro concetto, per di più. Prima di parlare a vanvera, le cose bisogna saperle. Vergognati un po’ tu, piuttosto.

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