Solitudine di Erik Frank Russell

turner

[Curioso ma suggestivo racconto, citato da Zizek nel suo libro su Schelling, reperito qui, ora nella mia biblioteca]

Viveva nella notte eterna ed era solo, senza poter mai udire né una voce né un sussurro, senza potersi mai sentire sfiorare da una mano, riscaldare dal calore di un altro cuore.
La notte eterna.
La solitudine senza limiti.
Un eterno confino nel quale tutto era buio e silenzioso e nulla si muoveva. Una prigionia che non era stata preceduta da alcuna condanna. Una punizione da scontare per una colpa che non si era commessa. Un destino intollerabile che andava però subìto, a meno di trovare un modo per sfuggire al fato atroce.
E nemmeno una speranza di aiuto da qualche parte. Né dolore né pietà né comprensione in nessun’altra anima, in nessun’altra mente. Niente porte da aprire, né serrature da forzare, né sbarre da segare. Solo quell’assurda, impenetrabile notte in cui agitarsi sempre e invano.
Potevi protendere una mano a destra e avresti trovato il nulla. Avresti potuto distendere un braccio a sinistra e avresti scoperto solo il vuoto totale e assoluto. Avresti potuto spingerti in avanti, camminando nell’oscurità impenetrabile come un cieco sperduto in una sala gigantesca senza un pavimento, senza l’eco dei propri passi o null’altro che potesse farti da guida.
C’era una cosa sola che poteva afferrare e sentire, e quella cosa era lui stesso.
Ecco perché le uniche risorse con le quali poteva sperare di porre fine a quell’assurda situazione erano solo quelle che aveva dentro di sé. Lui stesso doveva essere lo strumento della propria salvezza.
Ma come?
Non esistono problemi insolubili. Su questa premessa si basa la scienza. Senza di essa,  la scienza morirebbe. E lui era lo scienziato in assoluto. In quanto tale, non poteva respingere questa sfida alle sue capacità.
Le sue pene erano quelle della noia, della solitudine, della sterilità fisica e mentale. Non doveva rassegnarsi a subirle passivamente. La via d’uscita più semplice era attraverso l’immaginazione. Uno può anche starsene rinchiuso in una camicia di forza, ma la sua mente è libera di vagare dove vuole, slanciandosi nella terra dei sogni.
Ma i sogni non sono sufficienti. Sono troppo irreali e brevi. La libertà che lui doveva conquistarsi doveva essere vera e lunghissima. Questo voleva dire che lui doveva riuscire a trasformare in una cruda realtà quei sogni, facendoli diventare una realtà così solida da poter resistere fino alla fine del tempo. Avrebbe dovuto essere una realtà che fosse in grado di perpetuarsi da sola. Eppure, per arrivare a tanto non aveva a disposizione nulla, all’infuori delle elaborazioni dei suoi pensieri,
E una premessa: nessun problema è insolubile.
Alla fine, trovò la soluzione che cercava e che per lui si traduceva nella fuga da quella notte eterna di solitudine e silenzio. Una soluzione che gli avrebbe dato molte esperienze, tanta compagnia, innumerevoli avventure, stimoli mentali, divertimento, calore, amore, e perfino il suono di nuove voci e il tocco di altre mani.
Il suo progetto era tutt’altro che grezzo e rudimentale. Al contrario, fu sufficientemente complesso da tenerlo impegnato per innumerevoli eoni. Non poteva essere diversamente se doveva saltarne fuori qualcosa che non fosse soltanto un fatto temporaneo e caduco. L’alternativa che voleva evitare era quella di un rapido ritorno al silenzio e alle tenebre così sature di amarezza e di solitudine,
Gli ci volle un gran lavoro per riuscirci. Dovette preoccuparsi di un milione di aspetti particolari, oltre a tutti i diversi effetti che ciascuno di essi aveva su tutti gli altri. E ogni volta che credeva di avere finalmente finito, doveva ricominciare da capo affrontando un altro miliardo di nuovi aspetti del problema. E via di seguito, sempre così… sempre così… sempre così…
Diede forma e materia al più incredibile e colossale dei suoi sogni, creando e rifinendo in ogni minuscolo dettaglio e particolare uno spazio infinitamente complesso. E all’interno di questo spazio, avrebbe potuto esserci lui stesso. Ma non come se stesso. Si preparava infatti a suddividere la sua persona in innumerevoli parti, una sterminata moltitudine di forme variegate, ciascuna delle quali avrebbe dovuto conquistarsi a forza e a fatica il diritto alla vita.
E lui avrebbe fatto di tutto per rendere ancora più dura la lotta negando a tutte quelle parti la minima informazione e conoscenza, obbligandole così a riscoprire tutto di nuovo ogni volta. E avrebbe seminato l’odio e l’ostilità tra di esse stabilendo delle regole per quel gioco. Quelli che le avrebbe osservate sarebbero stati definiti ‘buoni‘. Gli altri ‘cattivi‘. In questo modo ci sarebbero stati sempre infiniti piccoli conflitti all’interno dell’unico, grande conflitto.
Quando tutto fu pronto egli si preparò a dissociarsi e a diventare non già una singola persona, ma un enorme concorso di entità separate, che avrebbero dovuto soffrire e lottare per riuscire a riconquistare l’unità dell’unica personalità iniziale.
Ma prima doveva preoccuparsi di dare forma e materia al suo sogno. Era una sfida incredibile!
Il momento era giunto. L’esperimento doveva aver inizio.
Protendendosi in avanti, egli fissò l’oscurità e disse: “Sia fatta la luce“.
E la luce fu.

~ di ariemma su aprile 7, 2015.

2 Risposte to “Solitudine di Erik Frank Russell”

  1. Kafkiano …

  2. verissimo Carla

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