Derrida e il cinema: un’intervista.

derrida[testo reperito qui]

Professor Derrida, in che modo il cinema è entrato nella sua vita?

“È avvenuto molto presto. Ad Algeri, verso i 10-12 anni, alla fine della guerra, poi nell’ immediato dopoguerra. Era un elemento vitale. Abitavo in un sobborgo della città, a El Biar. Andare al cinema era una sorta di emancipazione, il distacco dalla famiglia. Mi ricordo perfettamente tutti i nomi dei cinema di Algeri: Vox, Caméo, Midi-Minuit, Olympia~ Probabilmente ci andavo senza grande discernimento. Vedevo tutti i film francesi girati durante l’ occupazione e, soprattutto, i film americani. Non sono in grado di citarne i titoli, ma mi ricordo il genere di film che vedevo. Tom Sawyer, per esempio, di cui mi ritornano in mente delle scene: una grotta dove Tom si è rifugiato con una ragazzina. Turbamento sessuale: mi accorgo che un ragazzo di 12 anni può accarezzare una ragazzina. Io avevo all’ incirca la stessa età. Una buona parte della cultura sensuale ed erotica deriva, come è noto, dal cinema. È al cinema che si viene a sapere cos’ è un bacio, prima di impararlo nella vita. Mi ricordo questo brivido erotico di ragazzo. Sarei incapace di citare altre cose. Nei confronti del cinema nutro una passione, una sorta di fascinazione ipnotica, potrei restare ore e ore in una sala, anche per vedere cose mediocri. Ma non ho affatto il ricordo del cinema. È una cultura che in me non lascia tracce. È registrata virtualmente, non ho dimenticato niente, possiedo anche dei taccuini dove annoto, per tenerli a mente, i titoli dei film, di cui non ricordo nessuna immagine. Non sono assolutamente un cinefilo nel senso classico del termine. Piuttosto un caso patologico”.

Quale è per lei l’ aspetto principale del cinema nel periodo dell’ infanzia? Lei parla della sua dimensione erotica, che ha certamente un’ importanza capitale nel processo di apprendimento delle immagini. Ma è un rapporto che riguarda i gesti, il tempo, il corpo, lo spazio?

“Se non sono i nomi dei film, né le storie e neppure gli attori che hanno lasciato un segno in me, è certamente un’ altra forma di emozione che scaturisce dalla proiezione, dall’ energia stessa della proiezione. È un’ emozione completamente diversa da quella della lettura, che lascia in me un ricordo più presente e più attivo. Diciamo che nel ruolo di voyeur, al buio, provo una liberazione ineguagliabile, una sfida alle proibizioni di ogni tipo. Me ne sto là, davanti allo schermo, voyeur invisibile, autorizzato a tutte le proiezioni possibili, a ogni identificazione, senza la minima punizione e senza il minimo lavoro. Ecco, forse è questo che mi dà il cinema: un modo per liberarmi dalle proibizioni e, soprattutto, per dimenticare il lavoro. È anche per questo, senza dubbio, che questa emozione cinematografica non può assumere, per me, la forma di un sapere, né di una memoria effettiva. Dal momento che questa emozione appartiene a un registro completamente diverso, essa non può essere né lavoro, né sapere e nemmeno memoria.”Per quanto riguarda il segno che il cinema ha lasciato in me, sottolineerei anche un aspetto più sociologico o storico: per un piccolo algerino stanziale, il cinema possedeva la grazia di un viaggio straordinario. Con il cinema si viaggiava in modo pazzesco. Senza parlare dei film americani, esotici e vicini al tempo stesso, i film francesi usavano un linguaggio molto particolare, si muovevano con corpi riconoscibili, mostravano paesaggi e interni impressionanti per un giovane adolescente come me che non aveva mai oltrepassato il Mediterraneo. A quell’ epoca il cinema diventava quindi la scena di un apprendimento intenso. I libri non mi hanno dato la stessa cosa: questo trasporto diretto e immediato in una Francia che mi era sconosciuta. Andare al cinema era un viaggio organizzato con immediatezza. Quanto al cinema americano, ha rappresentato per me, che sono nato nel 1930, una spedizione sensuale, libera, avida di tempo e di spazio. Il cinema americano è arrivato ad Algeri nel 1942, accompagnato da quello che è diventato molto presto la sua forza (e anche il sogno), cioè la musica, la danza, le sigarette. La parola cinema voleva dire in primo luogo America. Il cinema mi ha seguito per tutta la mia vita di studente, che è stata difficile, angosciata, tesa. In questo senso esso ha spesso agito su di me come una droga, il divertimento per eccellenza, l’ evasione incolta, il diritto allo stato selvatico”.

Il cinema permette, quindi, e più delle altre arti, un rapporto “non colto” fra spettatore e immagine?

“Senza dubbio. Si può affermare che è un’ arte che resta popolare, anche se è ingiusto nei confronti di produttori, registi, critici, che la praticano con molta raffinatezza o sperimentazione. È anche l’ unica grande arte popolare. E io, spettatore alquanto avido, resto, mi schiero dalla parte del popolare: il cinema è un’ arte superiore del divertimento. Bisogna veramente concedergli questo merito. Fra i numerosi film che ho visto quando ero studente, collegiale al liceo Louis-le-Grand, quello di cui mi ricordo veramente è L’ Espoir di Malraux, al cineclub del liceo Montaigne: davvero poco come rapporto “colto””con il cinema d’ una volta. Poi il mio modo di vivere mi ha un po’ allontanato dal cinema, relegandolo a momenti precisi, in cui svolge sempre il suo ruolo di pura evasione. Quando sono a New York o in California, vedo un numero incalcolabile di film americani, quelli comuni e quelli di cui si parla, perché io non sono uno spettatore esigente”.

Si può credere che quando lei è in una sala a New York o in California, in uno spazio distinto dalla sua vita di accademico, lo schermo continui a inviarle immagini che arrivano direttamente dalla sua infanzia o dalla sua adolescenza~

“È un rapporto privilegiato e originale con l’ immagine che difendo grazie al cinema. So che esiste in me un tipo di emozione legato alle immagini e che proviene da molto lontano. Non si esprime nel modo della cultura dotta o filosofica. Il cinema resta per me un grande piacere nascosto, segreto, avido, ingordo, e quindi infantile. Bisogna che resti così ed è per questo che senza dubbio m’ infastidisce un po’ parlarne, poiché i Cahiers significano il rapporto colto, teorico, con il cinema”.

In un libro, Echographies de la télévision, lei parla direttamente del cinema. Più generalmente delle immagini, per l’ appunto, della televisione, ma anche del cinema attraverso il film che lei ha girato. Lei collega allora il cinema a un’ esperienza particolare, quella del mondo fantomatico~

“L’ esperienza cinematografica appartiene, sotto ogni angolatura, alla spettralità, che io collego a tutto quello che si è potuto dire sugli spettri in psicoanalisi. Lo spettro, né essere vivente né morto, è al centro di certi miei scritti. Del resto, i legami fra spettralità e cinematografia sono il tema di numerosi saggi odierni. Il cinema può certamente mettere in scena il mondo fantomatico, quasi frontalmente, come una tradizione del cinema fantastico, i film dei vampiri o degli spettri, certe opere di Hitchcock.”Bisogna distinguere questo dalla struttura spettrale dell’ immagine cinematografica. Ogni spettatore, nel corso di uno spettacolo, entra in comunicazione con un lavoro dell’ inconscio che, per definizione, può essere raffrontato al meccanismo dell’ ossessione secondo Freud. Egli definisce questo stato come l’ esperienza di quello che è “stranamente familiare” (unheimlich). La psicoanalisi è di casa al cinema. Innanzi tutto, psicoanalisi e cinematografia sono veramente contemporanee; numerosi fenomeni legati alla proiezione, allo spettacolo, alla percezione dello spettacolo, possiedono equivalenti psicoanalitici. Walter Benjamin ha preso molto rapidamente coscienza di questo fatto, raffrontando quasi immediatamente i due processi, l’ analisi cinematografica e quella psicoanalitica. Anche la visione e la percezione del dettaglio in un film sono in rapporto diretto con il procedimento psicoanalitico. Il dettaglio consente l’ accesso a un’ altra scena: una scena eterogenea. La percezione cinematografica non ha eguali, ma è la sola che può far comprendere una pratica psicoanalitica: ipnosi, fascinazione, identificazione, tutti questi termini e questi procedimenti sono comuni al cinema e alla psicoanalisi, e questo è il segno di un “pensiero comune”. D’ altronde, uno spettacolo cinematografico è soltanto leggermente più lungo di una seduta d’ analisi. Si va al cinema per farsi analizzare, lasciando comparire e parlare tutti i propri spettri. Possiamo, risparmiando (rispetto a una seduta d’ analisi), rievocare i nostri spettri sullo schermo”.

Copyright “la Repubblica”-“Cahiers du cinèma”Traduzione a cura del Gruppo Logos

antoine de baecque e thierry jousse

~ di ariemma su agosto 6, 2018.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

 
<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: