Ho scoperto da poco come nascono le perle. Quando un predatore cerca di aprire un’ostrica per catturare il mollusco che vi è dentro, spesso fallendo, dimentica o vi porta all’interno qualcosa. L’ostrica avverte questo qualcosa come un pericolo e costruisce intorno al corpo estraneo un involucro, che viene a formare la perla vera e propria. É il suo estremo rimedio: per sfuggire all’estraneo che abita dentro di lei. Non sarebbe un errore, allora, definire Crisalide (Compagine edizioni, 9 euro), il primo di romanzo di Amalia Estremi (nome d’arte di Alessia Apicella), una vera e propria perla letteraria, anche perché, fin dalla quarta di copertina, il romanzo viene presentato come l’estremo rimedio della scrittrice. É un romanzo che parla della crisi che ci abita, come tanti romanzi ormai, ma che si differenzia dagli altri per la metafora che cerca di proporre attraverso la sua storia e che lo rende non un semplice romanzo, ma anche un saggio di antropologia e riflessione esistenziale. La metafora della crisalide, che dà il titolo al romanzo, dice ciò che siamo diventati in questi tempi di crisi: dei bozzoli che aspettano di diventare farfalle, ma, per il momento, chiusi in se stessi e incapaci di agire. Come se si fosse passati dalle stelle allo stallo. Il romanzo potrebbe appartenere senza dubbio a quello stimolante filone della narrativa italiana chiamato New Italian Epic, anche perché, Crisalide, come afferma uno dei suoi protagonisti, “è uno scavo metaforico del presente. [...] il titolo allude a un poema di epica antieroica, specchio dei tempi in cui viviamo”.
È la storia di Jacopo e Mara, crisalidi che aspettano di diventare farlalle, di uscire dalla crisi. Ma, a differenza di molti, cercano di fare della crisi la loro perla, soprattutto a partire dal fragore del loro incontro, che è un fragore di due mondi, con abitudini e ritmi singolari. La storia parla soprattutto di noi, come ogni buon romanzo che si rispetti. La sua dedica non potrebbe essere più esplicita: nobis. Da leggere, per un anno davvero nuovo.

di Cristian Messina
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Un film notevole, con più di un significato. Un film-metafora, come ogni buon film di fantascienza che si rispetti. Le scimmie sono tutti gli oppressi, tutti quelli che non sono niente, ma che possono essere tutto. Quando l’unione fa la forza, quando la rivolta ti fa tirare fuori la voce. La parte più bella del film è un grido. Siamo tutti Cesare, lo scimpanzè protagonista della pellicola. Soprattutto i giovani, intrattenuti con la tv (come le scimmie del film:), coccolati o rinchiusi. Stupidi, perché credono di essere soli, di affrontare da soli le cose. Bisogna fare come le scimmie, ritrovare il nostro spazio nel mondo. Andate a vedere questo film e scoprirete che evoluzione fa rima con rivoluzione.
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A Pisticci l”11 agosto inaugurerò la mostra della pittrice Antonella Malvasi. Non mancate! 

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