Kafka o la potenza dell’abbandono

Smarriti nelle burocrazie, negli apparati di stato, in qualche modo vittime di un controllo oscuro: sono i personaggi che hanno reso celebre l’opera di Kafka. Tutti condannati da un legge che si ritira, vergognosa e impenetrabile. Come se proprio di ogni legge fosse questo applicarsi ritirandosi, un singolare abbandono. Un agire, quello della legge, che tuttavia, prima o poi, si viene a sapere sul corpo del condannato, come viene detto nel racconto Nella colonia penale. L’artista della fame, l’uomo divenuto scarafaggio: sanno, anche questi, la loro condanna sul corpo. Non potrebbe essere altrimenti. Una legge ha per oggetto sempre un corpo. E, in particolare, ciò che fa di quest’ultimo un vero corpo: la sua nudità, la sua esposizione. Un corpo che non può essere scalfito, colpito, non può divenire nemmeno colpevole.
Nelle opere di Kafka il meccanismo della legge è mostrato più intenso, messo in risalto: può essere ancora più mortale e oscuro, perché la legge non spiega, non si cura dell’altro. La legge è la legge.
Le opere di Kafka mostrano individui alle prese spesso con l’inseguire il ritiro della legge, la sua imperscrutabilità. Il suo meccanismo seduce. La tragicità delle opere di Kafka, come pure il suo singolare umorismo, sono legati alla denuncia di questa seduzione, perché si potrebbe fare altro che attendere la condanna o dannarsi per venirne a sapere.
Lo si verrà comunque a sapere sul corpo, che può essere diversamente vissuto, nel tempo che resta. Magari abbandonando la legge, senza che quest’abbandono abbia nulla a che fare con l’illegalità. Sarebbe ancora, infatti, colpito dalla legge.
Il corpo nel suo essere abbandonato può fare ben altro che aspettare di sapere, può far ben altro che si sappia. Può farsi carico della sua esposizione, del suo abbandono. L’esposto ha la potenza di esporre, l’abbandonato quella di abbandonare. Kafka mostra i pericoli della seduzione della legge, dello stare sul posto, dello stare a guardare, ma fa intravedere anche una strategia di resistenza.
La sua opera, innanzitutto, la sua arte, l’arte. L’opera d’arte, infatti, potrebbe essere un rilancio dell’abbandono della legge. L’arte si offre ritirandosi, offre il suo segreto, come la legge. Contromossa, resistenza che in Kafka è letteralmente speculare: egli mette a nudo l’abbandono della legge, soprattutto denunciandone la finzione.
L’abbandono della legge è falso o è limitato: essa non ci abbandona mai del tutto, non ci lascia mai davvero. È sempre in agguato. Lo verremo a sapere sul nostro corpo.
Al contrario, l’opera d’arte è la potenza dell’abbandono che fa abbandonare, induce il suo abbandono, l’evasione, l’esodo. Senza nemmeno che nel nostro corpo si venga a sapere. Non ne abbiamo bisogno.

Annunci

~ di ariemma su marzo 3, 2009.

22 Risposte to “Kafka o la potenza dell’abbandono”

  1. Ciao. Ho letto alcuni tuoi post, compreso l’articolo su Filosofia e Nudità, e la querelle di commenti che ne è derivata. Le tue posizioni, o es-posizioni, sono molto interessanti e aprono a vari spunti di riflessione; alcuni più attinenti a ciò che dici, alcuni per le caratteristiche stesse dei blog e della rete, meno attinenti. Sembro piuttosto criptico, proverò a spiegarmi meglio. Per quanto riguarda quelle meno attinenti, esse mi sono venute in mente leggendo appunto i commenti relativi al tuo articolo, la discussione è stata molto interessante e le posizioni assunte piuttosto inconciliabili sin dal principio, ma questo non è il punto, ciò che mi sono chiesto e pongo alla tua attenzione è se è stato prolifico. E’ come se mi fossi reso conto improvvisamente dei limiti del mezzo blog, che anch’io uso. Poteva essere una discussione ben più prolifica a mio avviso e più “aperta”, ovvero che si spingesse fino in fondo verso una compenetrazione di argomentazioni. Probabilmente è l’esempio più evidente di come ancora oggi sia difficile sostituire il “dialogo socratico”, vis a vis, con suoi surrogati. E’ come se attraverso il media informatico sia più difficile mettersi in discussione. La mia comunque vuole solo essere una constatazione, magari errata. Per quanto riguarda la querelle propriamente, ritengo da parte mia che si potesse tentare di fare uno sforzo in più di comprensione e di es-posizione (era abbastanza evidente la competenza e l’intelligenza degli interlocutori): il nulla assoluto\radicale che Aldo afferma essere pronunciato dallo studente, è appunto in quanto pronunciato\intuito in un momento e in relazione a una situazione Relativo, più che assoluto; io però credo lo sia per difetto di esempio, o di es-posizione dell’esempio stesso, ciò non toglie che forse la sua critica abbia senso. Ti spiego: tutto il discorso sull’insieme vuoto, e qui forse entrano in gioco anche in parte le parole di Cucinotta, è prettamente linguistico, si fonda sul linguaggio matematico, meno arbitrario quindi meno atto a pronunciare delle “lingue naturali”, ma se si prende la frase stessa che Tu citi di Parmenide “L’essere è, mentre il nulla non è”, che Tu non confuti, affermando solo che il passaggio successivo di Parmenide di asserire che l’Essere è Uno, eterno, immutabile è ciò che dovrebbe caratterizzare invece il Nulla, essa es-pone il non essere. A questo punto Tu potresti obbiettarmi che nella frase non si es-pone, ma si usa un medium lingustico, con tutti i problemi da esso derivati (penso alla grammatica generativa, al Derrida della differAnce, ecc.), ma ti chiedo se anche nell’es-posizione in quanto tale, non si usi sempre un medium, un significante, un corpo, e se così non si torni al classico dualismo essere-ente?O se vuoi essenza-sostanza? Ammettendo ciò, forse, non sarebbe tanto sottovalutabile il suggerimento di Cucinotta di riscoprire il Wittgenstein che intendeva il linguaggio “giusto” e il modo di concepirlo, o di “interrogarlo”, “errato”.

    Per quanto riguarda i commenti più attinenti, benché ribadisco in generale trovo i tuoi concetti e il tema dell’es-posizione affascinante e pieno di interessanti spunti, che mi convincono, mi sembra che a volte nel tentativo di argomentare Tu finisca per lasciarti prendere la mano, almeno dal punto di vista esplicativo, o almeno a me (per quel che valga) sembra così. Ad esempio in questo post su Kafka, tutto ruota sul tema dell’abbandono, che assume senso nella frase “L’esposto ha la potenza di esporre, l’abbandonato di abbandonare”, è certamente rilevante il fatto che l’esposto propriamente espone, o meglio che questo è un participio “quasi” riflessivo: l’esposto si espone.
    Ma dire lo stesso dell’abbandonato, forse è eccessivo…la questione affascinante è che non lo è nel caso di Kafka, propriamente i suoi personaggi “sono abbandonati ad abbandonarsi alla legge”: finiscono per essere l’unica realtà per cui vige la legge, senza di essi essa non sarebbe, essa è connaturata ai personaggi, è il loro “alienarsi” (non si può sentirsi altro da sé, se non partendo da sé).
    Generalizzarla all’arte però torna a sembrarmi eccessivo, se essa è potenza dell’abbandono che fa abbandonare, non induce il suo abbandono, l’esodo da lei, ma induce il nostro abbandono, induce una compromissione totale con lei che diviene un passaggio attraverso di lei, una liberazione costante da ciò che eravamo. Quando infatti parli (come nel post su arte e politica, su cui faccio un piccolo appunto etimologico, che non centra col discorso,: sicurezza= sine cura= senza affanno, senza preoccupazione; non senza cura, come lo intendiamo noi oggi) di un’arte che è quanto di più distante vi sia dall’occulto, credo che tu stia parlando non del fatto che essa non celi (sarebbe errato pensare che lo stile non sia spesso una forza di distanza da ciò che si dice), ma che essa sia una tensione a svelare ciò che si cela, che noi sentiamo, eppure celiamo o sentiamo celato.

    Concludo ringraziandoti per gli argomenti e lo spessore, chiedo venia per la prolissità, davvero eccessiva e spero che i miei modesti suggerimenti, da studente che ha letto molto poco rispetto a quello che viene continuamente citato, servano a qualcosa.

  2. @ Artax: La mia prima impressione: caspiterina, che commento! Ti ringrazio davvero per la tua attenzione, e non posso essere che lusingato dalla lunghezza del tuo post. Ma veniamo subito alle questioni messe in campo.

    1) Sulla questione del blog, in generale, io credo che sia una grandissima risorsa. Io posso fare il dialogo socratico a Napoli, per strada, ma resta sempre una cosa privata. Privata di tante aperture. E poi non credere che “faccia a faccia” non accadano fraitendimenti e deviazioni di discorso. Anzi! Inoltre si ha meno tempo per riflettere, per soffermarsi. Insomma il blog, pur con qualche limite(non si può avere tutto), è una gran cosa.

    2) Sulla questione del nulla e del linguaggio: la faccio ora semplice semplice (nel senso che riduco la cosa all’osso). Ammettiamo che si dia qualcosa come “il nulla”, nel senso del nulla integrale. Prima di affermare se il nulla sia o meno, nota subito questa cosa simpatica: se dico anche semplicemente “nulla”, in questo caso ho voluto “significare” il nulla. Il risultato è che mi trovo “il nulla e il suo nome” cioè mai il puro nulla, solo il nulla. E se la cosa fallisce dal punto di vista della semplice nominazione, fallirà sempre. Il risultato è che il nulla integrale non si dà in alcun modo, ma sempre qualcosa in più del nulla. Anche solo il suo semplice nome. Da qui si ricava, per deduzione, che esso deve essere Uno, perchè se può essere nominato, sia avrà un Due, e cioè una esposizione: il nulla e il suo nome. Ma in questo caso non avrò il nulla puro e così via. Non mi sembra che le critiche di Aldo e Vincenzo scalfiscano la mia tesi.

    3) Sul tuo appunto “etimologico”: “sine cura” significa “senza cura” e qui c’è poco da fare. Ora, se tu intendi cura come affanno, preoccupazione, non ci vedo niente di strano, anzi, è proprio come lo intendo io (nell’articolo mi sembra chiaro).

    4)Sulla questione dell’abbandono: ad essere sincero non ho ben capito cosa intendi. Ma una cosa è chiara. Mi sembra ti sia sfuggito qualcosa. Tu fraintendi la mia frase “l’esposto ha la potenza di esporre” con “l’esposto si espone”. Perchè riduci l’esposizione alla riflessività. Il senso della mia frase è piuttosto: “l’esposto può esporre”. Così l’abbandonato: l’abbandonato può abbandonare. Nel senso che l’abbandonato può farsi carico della suo abbandono. Allo stesso modo in cui il disperato può far disperare. Hai trascurato il mio riferimento alla “potenza”, esplicito e ben evidente, del resto, fin dal titolo del post. L’artista è spesso stato messo al bando dalla sua società, e tuttavia ha rilanciato questo abbandono, nel metterla, a sua volta, al bando. Per citare il caro Sartre quando scriveva su Baudelaire: nella poesia vige la strana regola “chi perde vince”.

  3. @Ariemma. Mi scuso ancora della prolissità, sono contento che tu l’abbia presa come una lusinga, ma non volevo dilungarmi così tanto. Proprio per questo rispondo solo che credo tu abbia ragione infine sul nulla, esso non si dà, ma mi sarebbe piaciuto avere anche una risposta agli interrogativi, che mi chiedo a questo punto se siano pertinenti, visto che il tuo approccio mi sembra piuttosto fenomenologico.
    Sull’ultimo punto dissento in parte, magari ti invito a rileggere, se vuoi. In più a parte il fatto che adoro i blog, dicevo solo di essermi accorto del loro limite interattivo, che forse però riguarda, come mi fai giustamente notare, più che altro le conversazioni in genere; sulla nota etimologica era solo un suggerimento, può darsi che tu intenda “cura” come pena, dato che è piuttosto evidente che Sicurezza derivi proprio da “senza pena”, magari bastava chiarirlo maggiormente.
    Ti ringrazio comunque per il dialogo, al prossimo scambio.

  4. @Artax
    A proposito del nulla … e il suo nome …
    Il Logos è misura e dis-misura di tutte le cose, ideatore del confine tra essere e non-essere, de-nominatore biblico di ogni ente. All’interno del logos si enuncia l’indimostrabilità del “nulla-puro”, se non altro per quella “eccedenza” rappresentata dalla sua de-nominazione (“IL NULLA”). In realtà, è solo nel silenzio del logos (la lavagna che “nulla” ex-pone, il giudizio che si auto-sospende perchè non ha “nulla” da dire/ri-dire/pre-dire) che si esperisce il “nulla-puro”. La morte del Logos (estinzione dell’umanità), prossima ventura, annunciata da tempo dagli astrofisici, spianerà la strada all’indicibilità di tutte le cose. Queste ultime, non più pensabili, non più ri-dotte a rappresentazione, non più ex-poste, testimonieranno, persistendo, il “nulla-puro” ovvero la perfetta in-significanza dell’essere e la sua co-incidenza con il non-essere.
    “Essere o non essere” finalmente non sarà più IL PROBLEMA.

  5. @Aldo
    E’ proprio questo il punto…io ammetto il nulla-puro (esattamente lo ammetto per irrazionalità, anche se mi accorgo che nominato, esistente, diviene assolutamente un oggetto razionale e a sua volta prodotto del Logos), ma non ammetto che si dia, né che si possa esperire, ciò che posso esperire e che rimane “coerente” è l’ epoché, la sospensione del giudizio. Ma a parte questo, non credi che una lavagna vuota sia ancora una “nominazione”, se non lo è lei, non lo sarà il gesto del cancellare? se già non c’era niente sulla lavagna non lo sarà il voler pronunciare questo niente? Insomma sei sicuro che l’auto-sospensione sia fuori dal Logos?Io non ne sono sicuro e ammetto che ci sto ancora ragionando…

  6. ti confesso una cosa della quale potrei vergognarmi…
    non sono mai riuscita a finire un libro suo
    ci ho provato con: il castello, il processo e la metamorfosi…
    c’è qualcosa nella sua scrittura, nella poca punteggiatura, nel modo di evocare gli archetipi che mi impedisce di proseguire…
    ciao

  7. @Artax
    Il nulla-puro, che tu dici sia “inesperibile”, potremmo vederlo come l’effetto di un sentire e, quindi, di un percepire (pre-logico, pre-linguistico) l’assoluta insignificanza dell’essere o meglio dell’essere-al mondo …
    Pensiamo al “nichilismo” o, in riferimento a questo post, a Kafka stesso …
    Parliamone. Mi sembra un tema interessante …

  8. @Aldo. Siamo arrivati al nocciolo… sai, è buffo come forse sia abbastanza tautologico eppure appaia come un bisogno di cui non credo di poter fare a meno, forse il continuare è pura vanità, o chissà cos’altro:)…comunque il nocciolo in questione è: è vivibile un pre-linguistico?un pre-logico?…non ne sono sicuro…lo so la mia frase sembra molto cartesiana…è che dovrei ammettere che si possa sentire il nulla-puro, percepirlo, non in relazione a ciò che c’è, ma indipendentemente da esso. E da ciò che mi dici, devo sentirlo proprio in relazione al fatto che l’essere non ha senso, ossia che l’essere significa il nulla. Questo però attento, confermerebbe la tesi (che tra l’altro nessuno ha messo sotto scacco) di Ariemma nel considerare l’essere come uno, immutabile e eterno e in quanto tale Nulla, mentre preso per ciò che è: molteplicità in divenire, esso non è Nulla, proprio perché diviene Altro, il Nulla non può divenire altro da sé, il Nulla è l’Uno.
    Tutto ciò teoricamente o forse dovrei dire teoreticamente, ma resta in quanto tale ciò che chiami insensatezza dell’esser-ci, che si sente, come non importa; forse si sentirà attraverso il logos, linguisticamente, non fa tanta differenza. Per spiegarti meglio cosa intendo per “si sentirà attraverso il logos” ti dico che prima di esprimerlo agli altri, io lo esprimo a me, lo sento esprimendomelo, attraverso il suo linguaggio. Non credo si possa uscire da ciò, forse tu mi diresti che prima lo sento e poi me lo esprimo, ma non credo ci siano questi passaggi netti, io credo che riesco a viverlo solo linguisticamente, perché la struttura del mio sentire è linguistica.
    Ciò non è da confondere con ciò che la tradizione ha chiamato Ragione o Logos, penso al Foucault di La storia della follia, finendo per dire che anche la follia è linguistica, finanche nel suo Silenzio. Per questo penso che il nulla-puro non sia pre-logico.
    Per questo infine avevo detto che ammetto il nulla-puro irrazionalmente, per suggestione, che non è che valga meno, e parlando di Kafka, perché sono, forse, d’accordo con te, cosa c’è in lui se non l’evidenza più cupa del nulla: ma questo nulla è tutta una realtà che si nega; che sia chiamata Legge, Castello, Padre, Io, essa c’è ma non è mai possibile raggiungerla, resta da narrare tutta l’infinita e costante tensione al raggiungimento irrealizzabile. Ovvero è il nostro essere, facciamo gli heideggeriani fino in fondo, il nostro essere che ci nega l’essere in continuazione, è il nostro essere a essere negativo.
    Se forse quindi esiste un nulla-puro esso è la nostra coscienza.
    Ma come uscire dalla nostra coscienza? Nell’incoscienza? Come uscire dalla Natura? Perché questa è la nostra natura. Come?…

    P.S. Il tema è davvero interessante e sinceramente credo si potrebbe istituzionalizzare un intero corso di studi solo su questo:)…avrei una proposta da farti, se ti interessa, ho aperto un blog di cultura generale da un anno ca., è ancora poco attivo, quindi se tu volessi partecipare, mi farebbe piacere, mandami una mail. Sempre che ti interessi..

  9. @Artax
    Grazie per la risposta dettagliata, che tenta di recuperare il senso del “dia-logico”, su un supporto (il blog) che risulta spesso ostico alla bisogna …
    Sarò sintetico, anche perchè la carne al fuoco è troppa. Bisognerebbe procedere per “passi” logici molto più contenuti, se non si vuol perdere il filo del logos …

    Tu dici:… perché la struttura del mio sentire è linguistica…

    Il “sentire”, per esempio dolore, è pre-linguisico in quanto viene esperito originariamente da tutti gl’enti biologici, dotati di un sistema nervoso centrale adeguato …. L’australopiteco (nostro progenitore), parliamo di cinque milioni di anni fa, “sentiva” il dolore ma non era assolutamente in grado di rappresentarselo o di simbolizzarlo, quindi lo viveva sulla sua pelle e basta …
    Oggi l'”homo sapiens,sapiens” cumula, possiamo a dire “a strati”, sia quel “sentire” che l’attuale “esprimere” … con un approccio più fenomenologico, probabilmente, riusciremmo a cogliere, nel fenomeno “dolore”, l’essenza (l’ “in sè”) della “sensibilità” pre-linguistica …

    … come uscire dalla nostra coscienza? Nell’incoscienza? Come uscire dalla Natura? Perché questa è la nostra natura. Come?…

    Con il silenzio del logos, che si instaura quando cessa ogni pre-giudizio, sia il “domandare” che il “rispondere”, perchè la domanda “in che senso?” rimanda sempre, ineluttabilmente, a “nessun senso” ovvero al nulla-puro, perche il senso (logico) viene de-rubricato dal soggetto percepiente in “sentire-puro”, vissuto non più antropologicamente ma biologicamente … gli orientali direbbero: ascoltiamo il “corpo”, lasciando che l’ “indicibile” sia l’unico approccio possibile.
    Ti manderò un e-mail …

  10. @Aldo
    Sono d’accordo, la nostra civiltà ha talmente sopravvalutato il pensiero fino a farne l’unica attività mentale. Come giustamente rimarchi, noi sentiamo anche prima di pensare. Anzi, se guardiamo ai bambini prima che apprendano il linguaggio, dobbiamo necessariamente ammettere che essi non soltanto sentono, ma, visto che imparano, svolgono una funzione mentale astratta anche senza avere ancora possesso alcuno di linguaggi.
    La meditazione degli oriantali è un altro tipo di attività mentale che si fonda proprio sulla capacità di annullare il pensiero. E’ davvero disarmante vedere come molti pensatori facciano questa grossolana confusione tra attività mentale e pensiero.

  11. @Aldo e @Vincenzo. Mi pare che siamo arrivati ad un punto perlomeno: o il sentire è pre-logico o è comunque lingiustico (vorrei ribadire per non essere frainteso, che linguistico non è sinonimo di Razionale, almeno non per ciò che intendo). Credo che continuerò a studiare e ad aspettare risposte in questo senso…tutto ciò che posso dirvi è che per quel poco di neuroscientifico che conosco, credo non si sia ancora arrivati a stabilire quanta parte abbia nella percezione delle emozioni le zone del cervello che si attivano per i processi linguistici, compresa la famosa area di Broca, tra l’altro c’è un interessante articolo ( http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/09_febbraio_28/edoardo_boncinelli_come_si_parla_il_cervello_lo_sa_gia_3f7f72ea-056d-11de-b310-00144f02aabc.shtml ), che parla di come il linguaggio sia innato. Probabilmente voi ne sapete pi di me, se avete da suggerire letture in merito, ve ne sarei grato.

  12. @Artax
    Ti suggerisco: Merlin Donald “L’evoluzione della mente” – Garzanti. E’ evidente che l’emozioni (provare gioia o dolore) rimandano ad un “sentire” pre-linguistico. Hai presente il cane quando scodinzola (vede il padrone) o quando guaisce (riceve una percossa) ?
    A quel “sentire” originario occorre fare riferimento. Il de-presso, nel più assoluto mutismo, sente, sulla sua pelle, il peso di una vita che ritiene priva di senso (nessun-senso), e, quindi, a mio giudizio, esperisce il nulla-puro, che lo annicchila, che lo ri-duce a nulla. Mi sembra un dato incontrovertibile: il nulla non è una ideazione inconsistente, ma un dato dell’esperienza che incombe sull’essere che “vive nel mondo” e con lui dobbiamo fare i conti sempre… Probabilmente la ragion d’essere della filosofia risiede tutta nel rapporto che l’uomo intrattiene con il nulla-puro…
    ps. Dove trovo sul sito il tuo indirizzo e-mail ?
    @Enzo
    La visione antropocentrica del mondo non da cittadinanza al “nulla-puro” e lo esclude dal suo orizzonte culturale perchè esso è testimone “scomodo” dell’insignificanza del logos … “In principio era il Verbo” (Gv 1,1), recita la bibbia … e perchè non “in principio era il Nulla .. “

  13. @Aldo. Ti ringrazio per il suggerimento, provvederò appena avrò del tempo sufficiente a reperirlo e leggerlo. Per quel che dici penso che tu possa aver ragione, soprattutto se la tua opinione si fonda su studi e ricerche, ma non vedo nei tuoi esempi una prova, perdonami ma il fatto che tu mi faccia l’esempio del cane mi pare un po’ banale…come per dire “non la vedi l’evidenza di un cane che sente, ma lui mica parla, mica ha un sistema razionale o di coscienza razionale”…pensavo fossimo passati ad un livello ulteriore, quindi immagino sia io a non spiegarmi, sempre che io abbia capito a questo punto.
    La faccio più semplice possibile, non sto dicendo che se non si sa pensare non si può sentire, sto dicendo che i cervelli anche quelli animali, mettono in relazione segni (linguaggio) ed è l’unico modo per percepire: se vedo il “rosso” non posso percepirlo se non ho un sistema che sa metterlo in relazione con tutto il resto, non solo con i colori, con tutto…se non posso percepirlo non posso sentirlo. Questa è la mia ipotesi, magari era chiara, ma mi ha sorpreso l’esempio, e non dico che sia giusta.
    Un’ultima precisazione quando parlo di segni, qualcuno mi potrebbe dire che sto parlando platonicamente di idee, io invece dico solo che percepisco attraverso un segno, se quel segno è la cosa stessa vuol dire che non è arbitrario, quindi è immediato.

    P.s. l’indirizzo lo trovi cliccando sul mio nick, sul sito, dovrebbe comparire il mio profilo.

  14. @Artax
    Questa è la mia ipotesi: se vedo il “rosso” non posso percepirlo se non ho un sistema che sa metterlo in relazione con tutto il resto, non solo con i colori, con tutto … se non posso percepirlo non posso sentirlo …
    Rispondo. In realtà la questione riguarda il “sistema rappresentativo” (quello, per intenderci, che assegna le identità, che classifica) non quello “percettivo” (vedo una “cosa”, ma non so cosa sia (non è identificabile), perché nella mia memoria non è presente). Dobbiamo risalire all’origine. Ad esempio, un bambino (di un anno) vede una “cosa” (la percepisce), ma non avendola ancora inquadrata nel suo sistema di rappresentazione, non sa metterla in relazione con tutto il resto. La sua prima reazione (non linguistica) sarà quella di “indicarla” (con l’indice), con “aria interrogativa”.
    Da questo esempio possiamo inferire che la percezione (focalizzare una “cosa”) pre-cede la rappresentazione.
    Dis-lochiamoci ora sul versante fenomenologico delle emozioni, provocate da “eventi” percepiti dalla coscienza (consapevolezza della “pura” esistenza di “entità” a cui siamo psicologicamente reattivi). In quest’ambito, percepire e sentire si sovrappongono e, quindi, in assenza di una qualsiasi “rappresentazione”, esperiamo (sentiamo “soggettivamente”), per esempio, tramite il “male” a noi inferto da un padre, che ci è nemico (oppure da un Dio che si nega), la radicale assenza di “senso” della vita. In conclusione, percepiamo/sentiamo il nulla-puro che abita il nostro “esserci” e, quindi, precipitiamo nell’abisso … per la legge del contrappasso, ci “nullifichiamo” (suicidio).
    Ovviamente le mie argomentazioni sono estremamente sintetiche. Me ne scuso.
    A presto.

  15. @Aldo. Comprendo la sintesi, in effetti sono temi difficilmente sintetizzabili, infatti anch’io non riesco mai a essere breve.
    E’ stato un dialogo prolifico, spero per tutti (oddio sto parlando come se fossi il gestore del blog, ma in realtà era un’esternazione da mero interlocutore)…inoltre spero ce ne possano essere altri (attendo la tua mail)…e chissà cosa potrebbe uscirne..
    A Presto

  16. Mi scuso se intervengo ancora, e forse fuori tempo massimo, ma volevo aggiungere qualcosa.
    Premetto che quello che dirò, non riguarda il problema del nulla che, francamente, non mi attizza più di tanto: abbiamo la parola “nulla” e adesso dobbiamo conciliare come il nulla, essendo nominato, non smetta per questo stesso fatto di essere nulla. Mi pare davvero una questione da filosofi in senso negativo, cioè fine a sé stessa. Questa è ovviamente solo la mia opinione, e vorrei non la consideraste offensiva (non lo vuole essere).
    Mi interessa molto di più la questione che si è innestata sul sentire, percepire, linguaggio. Ho letto anche l’articolo citato da Artax. Quell’articolo, sempre a mio modesto parere, non aggiunge né toglie nulla, com’è ovvio, visto che la scienza non tratta di verità. E’ solo la nostra interpretazione di dati sperimentali che da’ un senso di verità alle osservazioni sperimentali. Nell’interpretare, il dato viene rivestito di significati che dipendono dal quadro complessivo delle convinzioni del soggetto interpretante.
    In soldoni, direi che viene confermato che il nostro cervello è in grado di apprendere e di utilizzare linguaggi. Dire che conosciamo la sintassi come dato innato significa, per me, soltanto che riusciamo a organizzare le parole: non vedo quale valore innovativo ciò possa rivestire: se parliamo, evidentemente abbiamo una capacità innata di farlo, e questo dovrebbe essere ovvio per tutti. Ciò, tra l’altro, mi conferma nell’opinione che già dalla nascita possediamo tutto un patrimonio di facoltà e io credo anche di contenuti, come anche Jung crede (i famosi archetipi), ma secondo me molto di più. Che cosa sia è indicibile, perché non appartiene alla sfera linguistica.
    Ciò su cui fermamente dissento è che ciò ci autorizzi a considerare l’uomo sin dalla nascita un essere linguistico, o addirittura ritenere che anche gli animali come tali. Artax, da questo convincimento, arriva a dire che perfino il sentire sia un atto linguistico. A me pare un uso errato dei termini. Altra cosa sarebbe dire, e su questo sono d’accordo, che il linguaggio influenzi il modo di percepire, ma non sino al punto di affermare che l’atto stesso del percepire richieda una conoscenza linguistica. Il bambino percepisce, svolge attività mentali, ma non pensa, cioè non articola la sua attività mentale in parole. Difatti, della sintassi, seppure questa fosse innata, senza parole non sapremmo che farcene. Del resto, ciò che dice Chomsky, cioè che la sintassi è l’essenziale nel linguaggio, non mi convince per niente: il linguaggio va considerato nella sua interezza, e a mio parere, risulta del tutto arbitrario stabilire una scala di importanza al suo interno.
    Mi scuso per la lunghezza dell’intervento.

  17. @Enzo
    Ciò su cui fermamente dissento è che ciò ci autorizzi a considerare l’uomo sin dalla nascita un essere linguistico …
    Con-cordo. Recenti ipotesi sull’evoluzione della mente confermano la tua argomentazione. Il “neonato” percepisce la madre, che si china su di lui per allattarlo, senza attivare modalità rappresentative, simboliche o lessicali e, quindi, il suo è un percepire che è un “puro” sentire … piacere. Il “sentire” è la nostra condizione “originaria”. Siamo quindi al-di-fuori del logos/pensiero/linguaggio, su quella terra primigenia, non ancora contaminata dall’idea platonica, dove il “senso” con-bacia con la sensazione piacevole/spiacevole, che invade totalmente l’ “essente”. A questo livello anche lo sgomento abissale per il nulla, esperito sempre dal neonato, quando la madre si eclissa, diviene la prova provata che l’astratto nulla, nominalismo del logos, “flatus vocis”, in realtà è un dato irrefutabile delle nostre percezioni sensoriali.

  18. @Vincenzo.
    Scusami, forse apparirò presuntuoso, ma non è mia intenzione, quindi non prendertela. Quando scrivi:

    “….Dire che conosciamo la sintassi come dato innato significa, per me, soltanto che riusciamo a organizzare le parole: non vedo quale valore innovativo ciò possa rivestire: se parliamo, evidentemente abbiamo una capacità innata di farlo, e questo dovrebbe essere ovvio per tutti…”

    Io credo o che tu non abbia letto tutto o che tu non abbia letto bene o che tu non abbia capito, l’articolo. Oppure che usi il termine “parole” in senso “allargato”. Cito dall’articolo:

    “Si tratta quindi di una vera e propria «sintassi senza parole», di una funzione superiore che si estrinseca soprattutto nel linguaggio, ma che si estende anche ad altri domini funzionali della nostra mente.”

    “Quello che riguarda la lingua sembra adesso vero anche per altri sistemi di combinazione dei segni”

    “Come dire che per il nostro cervello la sintassi viene prima del linguaggio e ne costituisce il prerequisito essenziale”.

    Allora spiegami come possono stare insieme queste frasi con ciò che dici?Io non vedo come…ma quando dici che forse il mio errore è terminologico hai ragione, invece di dire “un sentire linguistico” dovrei dire “sintattico”, ma avevo precisato che parlavo di “relazione tra segni”, mi sembra.

    @Aldo.
    Se recenti ricerche hanno stabilito questo, non posso che accettarlo con un margine di dubbio, relativo al grado di sperimentazione delle ricerche. Ma che il neonato possa sentire piacere puro, nel senso di “irrelato”, che dire?.. mi sembra strano, ma forse è possibile, del resto chi sono io per negarlo.

    @Aldo e @Vincenzo. Non credo tornerò sull’argomento, apparentemente ognuno di noi è rimasto sulle proprie posizioni, ma devo dire che ho riflettuto molto e scoperto delle cose che non conoscevo…quindi vi ringrazio.

  19. @Artax
    Non credo di aver letto distrattamente. Soltanto, non capisco cosa possa signifcare sintassi senza parole. A me pare, e mi sembra abbastanza ragionevole, che finchè non ha le parole il bambino non sa che farsene della sintassi che avrebbe innata. E’ come avere una cassettiera vuota: per usarla devo avere oggetti da mettere dentro i vari cassetti. Non è una considerazione ovvia? Allora, fammi capire quale sarebbe la differenza tra avere una sintassi innata e la capacità innata di imparare ed utilizzare un linguaggio: io non riconosco nessuna differenza, tu sì?

  20. @Vincenzo.
    Per correttezza rispondo, scusandomi però dato che ho già salutato.

    Io riconosco la differenza. La sintassi si definisce come la relazione o l’insieme di modi, eufemismo per “regole”, che potrebbe apparire termine rigido, in cui si produce una relazione. Avrei dovuto terminare dicendo “tra segni”, ma se devo essere preciso, secondo l’articolo, la sintassi ha un ruolo indipendentemente dal significato dei segni, quindi quelli non sono propriamente segni non portando un significato, ma enti. E’ quindi evidente la differenza con l’avere la capacità innata del linguaggio, che si fonda sulla capacità di mettere in relazione significanti e significati più o meno arbitrariamente.

    Io credo certamente che il nostro sentire è strettamente legato alla sintassi (differenza soggetto-oggetto ad esempio, attivo passivo, ecc). Credo quindi che il piacere e il dolore siano a loro volta funzioni relazionali, regolative e che sia un errore pensarle disgiunte dalle strutture di funzionamento della mente, tanto più che queste strutture si confermano innate. Ma certo non ci metterei la mano sul fuoco.

  21. @Artax
    Tanto per chiarirci: io sono il primo a ritenere che le funzioni mentali siano innate, ma su questo credo che non ci possano essere opinioni differenti. Che la sensibilità includa una funzione mentale, mi pare anche abbastanza scontato. Io vado un po’ più in là, e credo a contenuti innati, oltre che a facoltà innate: su questo, le opinioni sono più variegate.
    Il punto per me cruciale è non confondere l’attività mentale in generale con il pensiero che è solo una tipologia di attività mentale, come avevo già specificato.
    La mia tesi, su cui mi pare non conveniamo tutti, soprattutto mi pare non convenga il nostro cortese ospite Tommaso (vedi l’altro post), è che lo sviluppoo della filosofia è strettamente correlato con lo sviluppo del linguaggio, e che, se voglio dire qualcosa, mi devo servire di questo mezzo che, per quanto raffinatissimo, è imperfetto, finendo per farci apparire problematiche questioni che non lo sono. Tipicamente, la dimostrazione dell’esistenza di Dio di tipo ontologico, o qui, la dimostrazione dell’inesistenza del nulla perchè lo posdsimo nominare. Per me, è come perdersi in un bicchier d’acqua.
    Potrei fare l’esempio del vedere. Non posso affermare che un oggetto è nero solo perchè quando lo guardo sono al buio. Non è l’oggetto oscuro, ma è la luce (il linguaggio) insufficiente.
    Infine, volevo rimarcare ancora nei miei ultimi interventi che, io che sono un uomo di scienza, sono meravigliato delle attese che gli umanisti si fanno riguardo alle scoperte scientifiche, che vorrei ancora una volta ribadire, in sè non sono in grado di rischiarare i punti più problematici che gli uomini da sempre si sono posti.

  22. Carissimi, grazie per i vostri commenti e per il tempo che dedicate a questo blog. La discussione è molto interessante e mi dispiace che in questi giorni la mia assenza non mi abbia permesso di polemizzare con voi. Sarà più attivo, promesso 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: