La mia formazione: dalle elementari al primo insegnamento

miricordo[Pubblico qui la prima parte della mia tesi di abilitazione per l’insegnamento. Un esercizio di “autoanalisi” formativa e un mettersi a nudo. Resta, a mio parere, una delle cose più tenere e interessanti della Ssis]

 

La scuola materna ed elementare, ovvero l’educazione e la favola.

Ho frequentato l’asilo e la scuola elementare presso lo stesso istituto: la scuola parificata “Capogrosso”. Gestita da suore, nel mio paese: Caivano, provincia di Napoli.

Dell’asilo ricordo pochissimo: c’era grande confusione e tutto era riservato ai giochi. Delle elementari ho invece un ricordo decisamente più nitido. Lo ricordo come un periodo un po’ “ovattato”, perché mi impegnava a tempo pieno, protraendosi fino a tardo pomeriggio, e mi sottraeva al mio paese, che si avviava al più completo degrado. Ero in classe con mio cugino, e questo credo abbia inciso nel rendere tutto più familiare. Era come non uscire mai di casa. L’educazione cattolica delle suore l’ho vissuta come credo la potesse vivere ogni bambino di quell’età: costituita da elementi favolosi e incredibili (nascita, morte e resurrezione di Cristo etc.,). La buona novella era la nostra favola di riferimento. Una favola che, pur possedendo elementi decisamente cruenti (vedi la crocifissione) aveva un lieto fine che la rendeva sempre godibile.

Non sono mai stato a disagio nella mia classe: ad unirci era la nostra suora/maestra. Era giovanissima, piena di vita: nelle spiegazioni ci metteva tutto il suo impegno. Ricordo come ci trasmettesse il suo entusiasmo per la musica e per l’arte. Credo che sia stata la sua passione a spingere poi ognuno di noi a ricercarne un’altra altrettanto intensa. A me piacevano le stelle, i pianeti, l’universo. Piacevano a tutti, e ho scoperto negli anni che è una cosa abbastanza comune nei bambini. Si resta affascinati dai colori e dalle infinite suggestioni della lontananza. In fondo è curioso: ad interessare chi si affaccia alla vita sono cose che hanno migliaia di anni. Una questione sia di provenienza che di destinazione, forse.

Il fatto è che questo fascino era mantenuto in vita anche dalle raccolte dedicate all’astronomia per bambini, che affollavano le edicole. Un segno dei tempi, anni 80, dove le vere conquiste sembravano essere quelle spaziali.

Tuttavia a me l’universo piaceva particolarmente. Volevo fare l’astronomo e non tardai negli anni a farmi regalare un telescopio. Credo sia stato questo interesse a farmi protendere, in un primo momento, verso le materie scientifiche, piuttosto che verso quelle letterarie. Mi piacevano le cose che lasciavano “senza parola”. E anche nelle materie letterarie ricercavo questo. Mi piaceva scrivere, ma per sorprendere. In primo luogo me stesso. Amavo fare poesie in rima, inventare storie. La mia suora ne restava sempre colpita, come tutti. Ma era nell’immaginazione che veramente esprimevo la mia creatività: disegnavo macchine per volare, oggetti di ogni tipo. Avevo un vero e proprio “quaderno delle invenzioni”.

A volte la suora mi derideva per questo. Non credo di averglielo mai perdonato. Era la mia fuga dalla realtà. Una fuga inventiva. Credo di aver impiegato più di dieci anni per recuperare questa abilità che mi permetteva nello stesso tempo di sfuggire e di inventare.

Ricordo, ancora, il periodo delle elementari come un periodo fortemente creativo, che mi permetteva di esprimermi in ogni campo. È stato il periodo in cui mi sono cimentato anche nel canto: le suore, e soprattutto una che ricordo sempre con molto affetto, avevano a cuore il canto dei bambini che poteva prendere parte alla preghiera. Ricordo inoltre come io e i miei amici andassimo anche di domenica mattina presto alla loro messa per cantare. Nessuno capiva niente delle parole delle canzoni, se non che giravano sempre sullo stesso argomento ben noto. Dopo si giocava nel cortile della scuola. Il periodo delle elementari lo ricordo, infine, quasi come qualcosa di irreale, considerando quello che è venuto dopo. A distanza di anni, penso che, da ogni punto di vista, io abbia avuto regalata un’infanzia speciale, che non tutti avevano avuto. Non tardai, però a rendermene conto.

La scuola media e l’educazione delle cose

Ricordo i tre anni delle scuole medie come un duro impatto con il reale, con il linguaggio delle cose. Dalle suore erano escluse molte “cose”, tra cui la violenza, il disagio sociale. Erano come esorcizzate. Ci avrebbe pensato Gesù Cristo.

Fu alle scuole medie che capii che c’erano persone di cui Gesù Cristo si era dimenticato. Anzi, capii, nel mio caso, che Dio e la Madonna erano piuttosto i genitori. Erano loro che provvedevano in assenza di chi doveva provvedere. Non ho compreso la mia fortuna fino a quando non mi sono trovato nella mia classe delle medie. Ero tra i pochi ad aver avuto un’educazione “di lusso” . Molti venivano dalle zone più degradate del mio paese e alcuni mitizzavano la criminalità e le gesta dei boss della camorra.

Se all’inizio provai un certo disgusto per il mio contesto scolastico, alla fine finii per comprenderlo. I professori erano impotenti e alcuni reagivano alla violenza con una violenza ancora più feroce sui ragazzi. Ho avuto sempre la sensazione di stare in un gabbia di leoni insieme ai loro domatori.

Molti dei miei amici apparivano già adulti nei comportamenti e nelle espressioni. Affrontavano problemi che non pensavo riguardassero la loro età. I loro modi e i loro comportamenti non tardarono a diventare per me la dura educazione delle cose. I professori non mi trasmisero molto, a differenza dei miei amici. Ogni loro gesto mi lasciava senza parola. Ogni loro gesto era insegnante, nel bene o nel male. Capii che l’educazione era solo in una maniera assai ridotta impartita dai libri e dai docenti. La realtà della cose era il professore più severo ed esigente. Scelsi in seguito di fare il liceo scientifico: la mia passione per la matematica era forse stata alimentata dal desiderio di diventare freddo e impassibile.

La scuola superiore e la scoperta dell’intelligenza

Il periodo del liceo è stato per me, innanzitutto la fuga dalla dura realtà del mio paese. Una dura realtà soprattutto dal punto di vista formativo. Sono passato di nuovo dal linguaggio delle cose a quello proprio delle parole. Ho frequentato il liceo scientifico “A. Diaz” di Caserta, la sua sezione sperimentale. Questo mi faceva ritornare in un contesto privilegiato: era una sezione, infatti, non solo costituita da docenti molto preparati, ma da studenti molto motivati. Era una sperimentale in matematica, informatica e fisica. Quasi tutti i miei compagni di classe avevano una forte predilezione per queste discipline: per entrare nella mia sezione era richiesta una specifica domanda.

Pur provenendo da Caivano (e a Caserta si avverte subito una certa diffidenza verso chi non appartiene alla città) mi sono sentito, fin dall’inizio, a mio agio con i miei nuovi compagni. Causa di questo piacevole adattamento era il fatto che un buon gruppo di loro fosse stato nella mia stessa scuola media e ci conoscessimo da tempo.

Dal punto di vista della didattica e del mio impegno scolastico, il liceo ha significato un vero cambiamento. Il livello della classe era molto alto in termini di rendimento e i docenti erano sempre esigenti. Soprattutto i docenti di italiano e latino: l’impegno che richiedevano per le loro discipline a volte risultava difficilmente compatibile con quello richiesto dalle altre materie, come matematica. Per tutta la classe, chiaramente orientata verso materie scientifiche, e per di più in una sperimentale di matematica, fisica e informatica (secondo il celebre progetto Brocca), le loro pressioni apparivano spesso molto faticose da gestire.

Io intanto scoprivo sempre di più, in un crescendo che mi ha accompagnato per tutto il liceo, fino alla scelta di una facoltà come filosofia, una strana affinità verso le materie umanistiche. Adoravo sempre l’informatica, la programmazione fatta di algoritmi e originali soluzioni. Era per me, in quel periodo, l’unico modo per esprimere davvero la mia creatività. La cosa che mi ha sempre colpito, in tutti i miei anni trascorsi al liceo, è che, pur trovandomi in una sezione sperimentale di informatica, non solo il mio liceo appariva carente nella struttura (andavamo pochissimo in un laboratorio con computer preistorici e inadeguati) ma gli stessi professori erano a volte un po’ impacciati nella materia. Il nostro desiderio di perseguire una sperimentazione informatica sembrava essere destinato a spegnersi. Ma non fu così. E di questo ringrazio i miei amici, accaniti e testardi creativi dell’informatica. Ho imparato molto da loro, abbiamo imparato molto insieme, creando un piccolo gruppetto di programmatori. Tanto da lasciare sempre di stucco i professori. Già dal secondo anno, infatti, presentavamo al preside e alla scuola i programmi di nostra creazione.

Ricordo che, prima che si cominciasse a parlare di ipertesto e cose simili, agli inizi del 1995 noi avevamo realizzato un ipertesto sui Promessi Sposi che impressionò tutti. Ma da questo continuo sperimentare, che mi ha accompagnato tutti e cinque gli anni, ho imparato una cosa fondamentale: che potevo e potevamo fare a meno dei docenti. Potevamo fare da soli, semplicemente contando sul nostro interesse e sulla nostra intelligenza. Studiavamo da altri libri, ci informavamo continuamente. Tutto questo rappresentava per me una frattura nel sistema didattico liceale. Non avevamo bisogno di seguire. La lezione tradizionale segui-studia-interrogazione ci annoiava. Imparavamo di più partecipando attivamente. La scuola e il suo sistema diventava, per noi, qualcosa di esteriore.

Eccezione fatta per il nostro professore di italiano e latino. La sua presenza è stata un altro motivo fondamentale dei miei anni al liceo (accompagnandoci per tutti e cinque gli anni). Una personalità forte, che amava definirsi un “educatore”. Era per tutti un ostacolo, con dei modi spesso duri. Un professore severo.

Tuttavia era trasparente, dichiarata e seriamente praticata la sua finalità: fare di noi delle persone capaci di fronteggiare degli ostacoli. Aveva a cuore ognuno di noi, e lo manifestava in più modi. Anche se ancora oggi alcune sue soluzioni mi appaiono un po’ discutibili, credo che la sua lezione sia stata quella di farci fare esperienza di una “intensità” che non era facile ritrovare a scuola. La sua coerenza e il suo rigore esigevano coerenza e rigore. Ma la cosa che con gli anni abbiamo veramente apprezzato, tanto da perdonargli spesso qualche severità di troppo, era la percezione che veramente tenesse a noi come persone. Ed è stata questa sua peculiarità, riscontrata debolmente negli altri docenti, a mantenere inalterato il nostro rapporto anche dopo il liceo.

Come si può notare da questo piccolo resoconto, parlo spesso della mia classe come un “noi”. È al liceo, infatti, che per la prima volta ho sperimentato una compattezza e un affiatamento tra compagni senza precedenti. Mi sono sentito per la prima volte parte di qualcosa, ed è certamente la cosa più bella che il liceo mi abbia dato. Oltre alla scoperta della filosofia, naturalmente.

Questa, tuttavia, avvenne per accidente, agli inizi del mio quarto anno liceale. Avevo 17 anni. Coincise con l’arrivo di una nuova docente di filosofia, ma non fu determinato da lei. Di lì a poco avrebbe ripetuto dinanzi ai miei professori di matematica e fisica che lei non era responsabile di niente, perché “aveva trovato già la cosa avvenuta”. Era vero. All’improvviso, semplicemente per aver letto, per puro caso in una edicola, alcune frasi del testo di Nietzsche, Così parlo Zarathustra, cominciai a sviluppare un amore verso la filosofia, come pure verso la poesia, che non avevo mai manifestato. Quel testo fu come una dinamite, una cartolina giunta a destinazione. Fu da quel momento che, soprattutto da autodidatta (forte della mia esperienza con i miei amici descritta sopra), mi immersi con avidità nella tradizione filosofica. Non l’avevo mai amata prima, protendendo sempre (anche se cominciavo a preferire in generale le materie umanistiche) verso la soluzione di continuare gli studi in informatica.

Nietzsche non era certamente nel programma del quarto anno e questo mi spinse a studiare la filosofia in modo privato, intenso, in anticipo o in ritardo rispetto all’iter didattico classico. Ne ho tratto solo benefici, come pure una preparazione nella materia che faceva restare sempre di stucco la mia professoressa. Scoprire la filosofia è stato come ritrovare la mia vena creativa, ma con i mezzi espressivi giusti questa volta: le parole. Dalla scoperta ne conseguì anche un cambiamento nella mia personalità e nel mio modo di rapportarmi alle cose. Tanto può una passione, tanto può una scoperta. Mi impegnai nelle attività pomeridiane scolastiche: nel teatro, nella poesia. L’interesse per la filosofia scatenò in me un forte interesse culturale in generale, che gli anni della scuola media e del liceo avevano più o meno sommerso, generando in me una sorta di vero e proprio abbrutimento. La scelta di una facoltà come filosofia mi sembrò una scelta coraggiosa e nello stesso tempo quasi un destino per me che l’avevo scoperta in un modo così singolare.

L’università: la delusione e il riscatto

Gli anni strascorsi all’università non mi hanno allontanato dai miei amici del liceo, né dal mio metodo di studio sviluppato in adolescenza: costruire qualcosa insieme ai miei compagni. Quest’ultima possibilità, che fortunatamente sono riuscito a realizzare, mi ha permesso di non deprimermi di fronte allo scenario decisamente triste proprio dell’accademia. I professori mi sembravano (e ancora mi sembrano) dei burocrati per nulla interessati alla filosofia, quanto piuttosto a cosa assai minime, eppure ingigantite a dismisura. Essi non insegnavano a filosofare, anzi molti mi davano l’impressione di odiare le domande filosofiche più genuine. Capitava soprattutto con noi del primo anno, che, forse per le nostre grandi aspettative, ponevamo dei quesiti filosofici. I professori sembravano piuttosto interessati a strane diatribe interpretative per lo più fini a se stesse. Non comunicavano con noi, non interagivano. Ci credevano immaturi. Ma le loro questioni erano incapaci di uscire dall’accademia e incontrare la realtà. Quello che per loro era filosofia mi sembrava qualcosa di inutile e lussuoso, un qualcosa da intenditori.

 Certo è che qualche professore, che ancora amava la filosofia, c’era. Mi schierai subito dalla sua parte e lo seguii. Mi sembrava uno dei pochi docenti vivi. Credeva che la filosofia potesse dire qualcosa addirittura per una persona che stava in carcere. Fu sorprendente scoprire il suo impegno. Come pure il mio, perché, proprio per reagire alla tristezza dell’ambiente accademico, fondai insieme ai miei amici di facoltà una rivista di filosofia: “Ameba”. La chiamai “ameba” perché credevo che questo termine rappresentasse la concezione media che i professori avevano di noi. I miei amici di facoltà erano interessati quanto me alla filosofia: bastava fargli capire che si poteva fare benissimo a meno dei docenti. Che niente potesse fermare una vera ricerca. Meno che mai una ricerca filosofica. Ameba fu il mio apprendistato. E certamente la cosa più bella della facoltà. Mi laureai con il professore vivo, con lode. Grazie a lui avevo preso parte anche a dei seminari estivi di filosofia, che ricordo sempre con piacere. Mi hanno dato molto.

La mia tesi di laurea si concentrò su un problema filosofico non molto praticato: quello dell’estremo. Partendo da Heidegger, passando per Rilke fino a giungere a Cézanne, cominciavo a porre i tasselli di quella che avrei chiamato nelle miei scritti successivi “filosofia dell’esposizione”.

Il dottorato e la mia filosofia

“Che fare?”: oltre ad essere il titolo di un celebre scritto di Lenin, è anche la domanda classica del laureato in filosofia una volta concluso il suo percorso. Adoravo l’idea di insegnare nei licei, ma mi spaventata l’idea di dover affrontare la famigerata Sicsi. Amici che la stavano frequentando dicevano cose che io avrei sperimentato sulla mia pelle solo molto tempo dopo. Così decisi di concedermi la strada del dottorato e di fare la mia scelta in base al concorso che avrei vinto per primo. Essendomi laureato nel dicembre 2003, si fece innanzi la possibilità di concorrere per il dottorato a Parma nel vicino Febbraio, piuttosto che provare il concorso Sicsi a settembre. Il caso ha voluto la mia vincita a Parma e dunque la strada del dottorato.

Non abbandonai l’dea di insegnare al liceo, ma pensai che, in fondo, il dottorato dava un titolo di studio in più e che mi avrebbe dato l’opportunità di continuare le mie ricerche. A Parma mi lasciavano molto libero nello studio: scelsi di approfondire il pensiero francese contemporaneo (Deleuze, Derrida, Nancy) in relazione al concetto di singolarità. Queste ricerche fornirono a me tutti gli argomenti necessari all’elaborazione di una filosofia dell’esposizione, che avrei riconosciuto, di lì a poco, come la mia filosofia. Il periodo del dottorato lo ricordo come un periodo di grande lavoro teorico e produttivo. Pubblicai diversi articoli sulle migliori riviste italiane, come pure videro la luce ben due volumi: Fenomenologia dell’estremo. Heidegger, Rilke, Cézanne (rielaborazione della mia tesi di laurea) e Il nudo e l’animale. Filosofia dell’esposizione. Le mie ricerche incontrarono un interesse inatteso da parte delle università e di enti non istituzionali. Avevo maturato un pensiero personale che suscitava curiosità. Nel 2007 conclusi il mio periodo di dottorato, vissuto soprattutto in una solitudine meditativa (contrariamente a quanto accaduto negli anni della laurea) e senza troppi viaggi a Parma. L’esperienza di Ameba si era conclusa e io avevo ormai intrapreso il mio percorso personale.

La prima esperienza di insegnamento: come farsi comprendere

Il dottorato non è stato solo studio e pubblicazioni. Oltre ad aver collaborato in maniera intensa sia per l’Università di Napoli che per quella di Parma, seguendo tesi e organizzando seminari, ho avuto la fortuna, da marzo a giugno nel 2006, di fare la mia prima esperienza di supplente in un liceo scientifico. È stato solo sul campo che ho riscoperto il mio interesse per l’insegnamento. Un’esperienza bellissima, per me professore improvvisato. È stata sicuramente quell’esperienza a darmi il coraggio per affrontare il difficile percorso della Sicsi.

Ho capito in primo luogo che potevo continuare a fare filosofia. Anzi, che potevo farla meglio. Potevo innanzitutto ritrovare il linguaggio comune: prima la laurea e poi il dottorato mi avevano reso quasi illeggibile, per il linguaggio specialistico che essi richiedevano. Ho impiegato un certo tempo a rendermi comprensibile. Per essere compreso. Un insegnante desidera innanzitutto questo, ed è quello che desiderano anche gli studenti.

Farsi comprendere per me ha significato anche avvicinarmi ai ragazzi, senza confondermi con loro. Ho avuto successo, contro ogni mia aspettativa, e questo successo l’ho riscontrato negli anni successivi, quando non ero più il loro supplente. Semplicemente incontrandoli per strada. Sono stato capace di far amare la mia disciplina, nel peggiore dei casi.

Mi sono fatto comprendere, in senso autentico. Sono diventato parte di loro, facendo la mia parte e richiedendo la loro parte. Al liceo avevo scoperto l’errore didattico nel programma che doveva essere “seguito” e che per questo motivo creava un incolmabile ritardo e l’inferiorità degli studenti. Il professore sarà sempre avanti, gli studenti sempre indietro. Per questo è facile odiare i professori, perché creano inferiorità e ritardi. Come professore non potevo ripetere l’errore. La mia più grande soddisfazione fu nel vedere che ciò che veniva richiesto, ovvero la loro partecipazione – anche e soprattutto affettiva, emozionale, autentica – era quello che da sempre gli alunni non hanno mai desiderato altro di dare. La programmazione saltò, ma non fu un disastro. I ragazzi avevano saltato il programma, perché si erano spinti ben più avanti.

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~ di ariemma su giugno 7, 2009.

5 Risposte to “La mia formazione: dalle elementari al primo insegnamento”

  1. “I ragazzi avevano saltato il programma, perché si erano spinti ben più avanti.” Questa cosa è bellissima.
    Ci vediamo mercoledì!

  2. Mah. Io ho fatto il dottorato poi, purtroppo, causa pensionamento del mio mentore, sono finito a insegnare al liceo. L’Università sta al liceo come la cioccolata alla merda. Gli alunni vogliono solo far casino e fare gli idioti. E’ triste ma è così.

  3. Come se evince dal mio post e da altri nel blog, io adoro, invece, il liceo. Proprio quello che dici mi fa pensare che l’Università non regge il confronto. Io ho avuto sempre alunni fantastici, molti sono intervenuti anche su questo blog. Certo, a 16-17 ci sono anche l’indifferenza e la voglia di divertirtimento, ma io le preferisco mille volte allo squallore delle logiche accademiche e alla mediocrità di certa ricerca in Italia.

  4. ciao carissimo, passo a salutarti…

  5. Grazie cara Carla, Buone vacanze!!!

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