Peter Sloterdijk: L’uomo? Un acrobata attratto da mete

sloterdijk[intervista di Stefano Vastano su l’Espresso in occasione del Salone del Libro 2015, reperita qui, con un titolo diverso e un’introduzione più ampia]

Quell’essere sbandato, confuso che, nonostante le tante protesi tecnologiche e le massicce dosi di video e internet, “sta oggi disimparando quasi del tutto”, è l’amara constatazione di Sloterdijk, “ad apprendere e soprattutto a voler agire bene”. Siamo in piena crisi morale, dunque. Ma cosa significano nell’era di internet e dei social network ‘moralità’ e ‘disciplina’, parole che solo a pronunciarle infondono oggi per lo più irritazione e antipatia? Ecco le risposte che ci ha dato uno dei più importanti filosofi tedeschi.

Partiamo dal concetto basilare di norma o regola di comportamento, Sloterdijk. Lei sostiene che l’uomo non può viverne senza. Perché?
“Perché nel corso della sua evoluzione l’essere umano ha sviluppato il senso dell’ambizione e dell’orgoglio. Ognuno di noi vive come un acrobata attratto da mete, obiettivi o finalità inscritti nella dimensione del futuro. ‘Moralità’ vuol dire quindi esser aperti verso l’alto, e spinti in avanti sul filo dell’ambizione, la grande molla etica ed energetica della nostra vita”.

L’ambizione è tale da renderci ciechi ai rischi, o come mai l’uomo non ha paura di cadute ed insuccessi?
“Il filo lanciato dall’ambizione verso la meta è ciò che i maestri greci identificavano con la Bellezza. Lo scopo morale ha qualcosa di scintillante ed esercita sul nostro animo un forte risucchio estetico. Solo in epoca molto recente si è cominciato a sentire il peso dell’etica, la fatica nella sottomissione alle regole e nella disciplina la pressione negativa”.

Ed ora sostiene che dobbiamo tornare a rivalutare e sottoporci a più disciplina: perché?
“Sostengo più semplicemente che, come gli antichi, dovremmo ritornare a percepire tutto il fascino estetico della moralità, della tensione morale: pena la nostra decadenza culturale”.

Anche un maestro assai pragmatico come Ludwig Wittgenstein diceva, nelle sue “Osservazioni sparse”, che “la cultura è una regola monastica”. Senza disciplina il Caos?
“Non c’è dubbio, visto che, come Wittgenstein sapeva benissimo, l’uomo è un animale rituale. Di più, è l’unico a percepire la mostruosità della sua vita o, direbbe Heidegger, del suo Essere. Di fatto è per sopravvivere che l’acrobata in noi vola in alto gettando reti morali che diano un senso e un ritmo ad una vita altrimenti tanto libera quanto insensata”.

Ma è davvero sicuro che l’uomo abbia tanta predisposizione alle norme e agli sforzi della disciplina?
“È proprio il contrario, nella savana l’uomo vaga come un sonnambulo, sprofondato per lo più in stato di catatonica indolenza. Ma la sua posizione eretta lo porta a scorgere nemici sin da lontano, e a scuoterlo in caso di urgenza o allarme. Lo sprone alla cultura, la sveglia etica insorge, come ci insegnate d’altronde voi giornalisti, in situazioni di acuto pericolo”.

I giornalisti sarebbero delle ‘spie morali’?
“Nelle società moderne la stampa ha la funzione delle campane in quelle antiche, richiama l’attenzione degli uomini ai pericoli circostanti. I pompieri però accorrono non solo in caso di incendio, ma devono essere bene allenati. Per questo, ripeto, non c’è moralità o prevenzione senza un tasso di disciplina e rigore agonistico. Non dimentichiamo poi che l’uomo in stato di entusiasmo o effervescenza morale ha qualcosa di bello o, se preferisce, di atletico e persino ascetico in sé”.

Sta paragonando Socrate, il primo eroe filosofico, ad un atleta olimpionico ed entrambi ad un guru indiano?
“Certo, gli eroi morali sono coloro che hanno cambiato radicalmente la loro vita: acrobati che, come Socrate o il sapiente indiano, si sono trasferiti lontano dall’opinione pubblica e dai costumi altrui. Questo ‘transfert’ è centrale, non si dà moralità senza rottura della sfera circostante troppo piccola per le esigenze del Mahatma, della ‘grande anima’ che aspira in noi alla bellezza della Legge”.

Quanto è decisiva nella rottura ed ascensione morale la figura carismatica del Maestro?
“Per il giovane adepto nelle scuole e palestre greche o indiane il Maestro è indispensabile in quanto incarnazione dell’Impossibile. È colui che si è inoltrato sugli scalini della Legge ed invita i più giovani ad ascendervi accendendo la scintilla che porta il discepolo a bruciare la propria pigrizia e la gravità del cosmo. Sono la disciplina e mimesi che portano ad emulare le vette esemplari raggiunte dal Maestro, ed è con queste acrobazie che, sinora, sono cresciute tutte le culture”.

La funzione del trainer che sprona a volere di volere è chiara, ma per scalare mete occorrono per forza faticosi esercizi e ripetizioni quotidiane?
“La figura del Maestro è essenziale perché prescrive ai più giovani esercizi a prima vista incredibili, compiti quasi impossibili. E’ lui il motore della trascendenza che insegna la meccanica di atti senza di cui ogni sapienza cessa all’istante di trasmettersi. Non c’è cultura quindi senza i due poli dell’autorità e della disciplina”.

Sono i poli agli antipodi di quei valori – antiautorità e spontaneità – su cui dal ’68 in poi si regge tutta la nostra etica e pedagogia moderna…
“Quaranta anni dopo quell’onda di protesta sono abbastanza per un bilancio critico non solo del ’68, ma dell’intero tsunami anti-autoritativo ed anti-disciplinare del XX secolo. Dopo l’ecatombe della prima guerra mondiale questo secolo ha pervertito in modo bestiale, nei lager nazisti, l’ordine della politica. Eliminando nel dopoguerra nei sistemi educativi-scolastici come nei paradigmi dell’arte ogni forma d’autorità e disciplina. Il XX è il secolo che ha azzerato in politica, etica ed estetica le realtà disciplinari su cui, dall’Umanesimo in poi, è cresciuta l’Europa moderna”.

Vuol dire che quella di Dante, Petrarca e dei grandi umanisti è stata un’Europa e una cultura della disciplina?
“Certo, il passaggio dai monasteri medievali alle scuole e botteghe degli umanisti segna la transizione della disciplina nella sua forma ultraterrena a quella scolastica e cittadina. È in quel momento che le scuole e piazze italiane si trasformano in ‘monasteri per bambini e garzoni’ che attendono con estrema diligenza alle regole di nuovi Mastri e Maestri. Nessuno meglio dell’umanista Nietzsche ha visto questa “trasmutazione dei valori” all’origine dell’era moderna, e che solo il XX secolo ed il ’68 hanno finito poi per corrompere”.

Cosa avrebbe detto ‘l’umanista’ Nietzsche dei sessantottini?
“Nietzsche si sarebbe stupito di vedere bambini che crescono in asilo nido e scuole senza veri maestri. Avrebbe duramente criticato una sinistra edonistica che punta tutto sull’amore libero, le passioni edonistiche e la distruzione d’ogni rapporto etico e disciplinare”.

E cosa avrebbe consigliato invece il profeta del Superuomo ai più giovani?
“Di non sprecare tutte le energie per un mostro burocratico come lo Stato: la rivoluzione a cui i sessantottini ambivano non è stata che un inutile sacrificio sull’altare dello Stato. Ogni cultura, avrebbe ammonito Nietzsche, nasce dal miglioramento del singolo, il quale ha sempre bisogno di un buon trainer e di tanta disciplina per crescere”.

È un caso se, ai tempi di Nietzsche, ritornano di moda fenomeni così spettacolari come le Olimpiadi?
“Non è per niente un caso visto che Nietzsche è il filosofo del Rinascimento, ed i suoi partner sono Leonardo e Michelangelo, Marsilio Ficino e Bruno. L’essenza del discorso nicciano è che il virtuoso e l’atleta moderni stanno fuori dai chiostri, oltre l’ombra dei reclusi nei monasteri. È questo l’ambizioso progetto politico, artistico e sportivo su cui per Nietzsche si fonda la modernità e a cui l’Europa oggi deve tornare se non vuole sprofondare nell’inconsistenza”.

Ambizione e orgoglio, norme e disciplina: non crede che siano tutti termini che incutano solo timore e tremore ai più giovani?
“No, sono le parole con cui introduco ogni anno i miei studenti all’anno accademico. E con cui racconto loro delle incredibili prestazioni sviluppate da Socrate ad Atene e, in competizione con i più pacchiani sofisti, quali norme vigevano nell’Accademia di Platone. C’è una bellezza e splendore insomma nel seguire, con disciplina, maestri e determinati valori”.

Più che disciplina e norme oggi i ragazzi avvertono il fascino dei social network nelle piattaforme virtuali. L’uomo del XXI secolo è colui che non sopporta alcun tipo di stress?
“Sì, in Occidente siamo nell’era post-eroica che non tollera più i criteri dell’orgoglio ed ambizione: l’unica tensione rimasta pare sia la spinta erotica. Nonostante tutti gli stadi di calcio e l’isteria sportiva, siamo moralmente più flegmatici che mai e una coltre di adiposità sta coprendo i nostri impulsi migliori”.

Sbaglio o è anche per questo che, al posto degli ideali umanistici, la dimensione religiosa ha ripreso vigore in Occidente?
“Non sbaglia. Per farsi capire dagli antichi i primi cristiani si richiamavano all’ideale dell’atleta greco. Intuivano benissimo che la loro impossibile ‘imitatio Christi’ poteva attecchire a Roma solo sotto forma di rigidissima disciplina sportiva: i primi monaci, atleti di Cristo, altro non erano che una delle varianti più acrobatiche di funamboli etici. Ma non credo che oggi sia possibile un vero ritorno alla religione”.

Perché no?
“Perché l’uomo del XXI secolo, oltre ai più edonistici e proletari spettacoli sportivi o artistici, avverte enormi difficoltà a provarsi sino in fondo negli esercizi metafisici prescritti dal cristianesimo”.

Se siamo così pigri per esercizi spirituali e il mondo, con Internet, è così ‘piatto’, chi avvertirà ancora il richiamo della morale?
“La metafora del mondo tutto virtuale e piatto è piatta; e quella del pensiero debole, relativo ed antiautoritario è troppo debole. Ci sono e ci saranno sempre isole di resistenza morale, memorie di training e discipline all’interno del presunto universo solo digitale”.

Neanche nel XXI secolo abbiamo diritto, come reclamava Paul Lafargue, alla pigrizia?
“Il suocero di Marx reclamava un presunto diritto alla pigrizia solo perché aveva capito che il filo rosso della modernità non tende alla gioia infantile dell’orgasmo continuo, né all’eterna savana di Rousseau. Ma come ogni umanesimo si fonda per l’appunto sull’ethos del superuomo, quel demonio morale che incita a sforzarsi di continuo per forgiare nuove figure e maschere di noi stessi”.

~ di ariemma su giugno 12, 2015.

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